piango in 3, 2, 1…

Succede così, che non c’è un perché, che arrivano giornate in cui non parlerei con nessuno ma scriverei all’infinito. Succede anche che non ho un motivo per quelle lacrime che arrivano e a momenti le vorrei chiamare liberazione. Vorrei anche avere un motivo vero per piangerle e non c’è.
Come se si fosse rotto un rubinetto e sono pure troppo pigra per cercare di ripararlo. O forse c’è che ne ho solo bisogno, ché la malinconia è qualcosa che ho irrimediabilmente dentro, come i geni, come i polmoni, come le ossa, come il cuore. Che senso ha rinnegarsi e non lasciare fluire tutto, in maniera naturale? E perché si deve sempre avere un motivo per tutto? Non c’è. Magari c’è un vuoto, quello lo vedo e lo riconosco. Non ho paura del mio vuoto, lo affronto come posso e di tanto in tanto lo faccio venire fuori in forma di lacrime. Ho tanto, ho moltissimo. Ho anche un vuoto a cui magari un giorno troverò un nome con i gatti. Animale da compagnia, questo mio vuoto. Ci siamo affezionati a vicenda e non ci odiamo più da tanto tempo.

Credo di averlo incontrato per la prima volta quattordici anni fa, nella mansarda sui navigli, che detta così sembra qualcosa di romantico e di romantico non aveva nulla. Sembrava una baita di montagna con le pareti rivestite di legno, forse venti metri quadri sono già troppi. La finestra sul ponte ferroviario per Genova e ogni volta si sobbalzava al passaggio, ma col tempo ci si abitua a tutto. Anche al bagno minuscolo con la porta a soffietto che non lasciava privacy, ma di privacy non ne avevo bisogno: era appena iniziata la mia vita da coinquilina di me stessa. Il grosso computer ingombrante recuperato dagli amici occupava mezzo tavolo e metà della mia vita, a scrivere la tesi tra un turno in pizzeria e il sonno. Disegnavo ancora? Forse no, forse avevo già deposto la matita, gli esami erano finiti e rimaneva quell’unico traguardo.
Mi ritrovavo sul letto, sotto lo spiovente che ad alzarti dovevi stare attenta a non picchiare la testa a fissare il legno che mi circondava, a pensare a cosa avrei fatto dopo. Dopo giugno quella transizione studentesca sarebbe terminata e io mi sarei sentita ancora un po’ più grande. O dovevo diventarlo mio malgrado.
Passavo il tempo di ripresa, prima della stesura di un capitolo o qualche riga, a cannibalizzarmi di pensieri. A sentirmi stramaledettamente sola. Nonostante gli amici, nonostante i colleghi, nonostante D. che già incalzava con il suo corteggiamento che io gentilmente cercavo di respingere. Sola. E col Vuoto. Lì l’ho riconosciuto la prima volta, navigando a vista tra le lacrime e le delusioni. Tra la stanchezza delle nottate fino alle 5 a lavorare e il ritmo sregolato di un momento che non era veramente vita.
Mi riscaldavo appena dalla stufetta elettrica e ogni tanto pioveva dalla finestra, oltre che dai miei occhi. Non me lo ricordo nemmeno che mangiavo oltre la pizza che io stessa preparavo per assorbire l’alcol di quelli della notte della Milano da bere.
È duro e brutto da dire, ma forse ho lasciato che D. entrasse nella mia vita per non affrontare l’amico Vuoto. Quello che mi diceva malevolo che nessuno mai era rimasto troppo nella mia vita, che già in quel momento mi faceva sentire solo quella da portare a letto.
D. a letto non ci sapeva neanche fare e forse era rassicurante anche per quello. Era il Vuoto materializzato. Era, insieme, il ragazzo da presentare ai genitori. Quel bravo ragazzo che piace alle mamme. A me non è importato più che piacesse a me, era gentile, mi voleva bene, tanto mi bastava per arginare Vuoto. Scriveva anche tante belle cose per me che a pensarci bene ora mi sento una merda. Forse.
Sono dovuti passare molti e molti anni per ritrovare Vuoto, anche se lui era sempre stato con me, ero io che non lo volevo vedere.
Si perdono le forme e i contorni di quel periodo nell’approdo a questo oggi, senza legno intorno, senza lo sferragliare di un treno mentre sta esplodendo la primavera e io tra tre secondi piangerò salutando un’altra volta Vuoto.

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2 thoughts on “piango in 3, 2, 1…

  1. Andrea Dévis June 16, 2014 at 12:21 pm Reply

    Io Milano l’ho sempre vissuta diversamente, ma l’amica comune che abbiamo è la solitudine. Per definizione solitaria ma sfortunatamente (o no?) molto popolare.
    È una città strana la nostra: egocentrica, esasperata… ti fa sentire al centro di tutto e ti fa sentire speciale. Chiunque tu sia. Potrebbe sembrare una cosa buona, ma quando non ti senti all’altezza delle situazioni, o semplicemente non ancora “pronto” (per qualsiasi cosa), non ti rimane che sentirti come il brillante imbucato a una festa che però non trova nessuno con cui parlare.
    Meno male che oggi mi sentivo positivo.
    Fai tu.

    • LaLetteraVi June 16, 2014 at 1:13 pm Reply

      Dell’inadeguatezza che si percepisce talvolta a Milano ne ho parlato in un altro post: vero, sentirsi sempre all’altezza è un mestiere, ma non mi faccio scoraggiare.
      Oh, spero di non essere stata io a rabbuiarti! 🙂

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