Storie senza futuro

Qualche giorno fa, cercando i resti del mio vecchio blog tra le mail, mi sono imbattuta nelle prime mail scambiate con G. È stato strano realizzare che non mi ricordavo molto di quegli scambi. Grosso modo ricordavo che ci eravamo scritti, ma il tuffo nel passato è stato cocente.
Al tempo io ero già separata e vivevo la mia relazione fuori schema con R., lui conviveva e diceva di avere un rapporto aperto. E io a questa cosa dei rapporti aperti non ci ho mai creduto, di solito sono aperti solo per uno dei due.
L’ho sempre saputo che era bravo a raccontare e soprattutto a inventare storie, tant’è vero che ha scritto due libri, poi le storie deve averle relegate alla vita invece di concentrarle nella scrittura. Gli volevo bene (e ancora gliene voglio), nonostante fossi cosciente di questo suo difetto. Ho ritrovato anche quel pezzo che aveva scritto per me: “Presa”.

non c’è presa.

risalgo la tua pelle che è una porzione di luna bagnata e non c’è presa. il tuo sudore che è il mio. il nostro. l’abbiamo fatto perché era inevitabile e perché ce lo aspettavamo. lo abbiamo fatto come fosse inevitabile incontrarsi. trovare quel modo di prendersi che si chiama intesa. desiderio. non c’è presa.

Continuava e mi segnava quel che scriveva, quanto ci scrivevamo a vicenda, è stato il rapporto più pieno di parole scritte l’uno per l’altra che giorni insieme, forse. Credo, a un certo punto, di essermi innamorata, di sicuro ha continuato a esserci nella mia vita in un altalenante rapporto sospeso tra l’amicizia e qualcosa di indefinibile, mai abbastanza, mai troppo poco.
Sembrava una cosa così effimera da durare lo spazio di un piacere, io ero troppo presa da altro, lui troppo discontinuo per restare in qualsiasi modo. Invece ha saputo imprimere una cicatrice che mi porto dietro negli anni, e non perché ancora due anni fa ci siamo ricascati in quel letto, no.
Il più bello del nostro vissuto è stato quel periodo in cui ci siamo trovati, liberi tutti e due di dare un senso a quella storia, di trovare finalmente la presa e dare una svolta, una volta per tutte. Fuori l’aria era mite, era maggio, c’era l’Adda vicino e noi andavamo a passeggiare e parlare, poi ci chiudevamo in casa e accendevamo le candele, non gli piaceva la luce piena. E come sempre le parole erano tante, esagerate, forse anche troppo poetiche per quel che stavamo vivendo. Una sera, la ricordo con la nettezza di qualcosa di appena vissuto, eravamo distesi sul letto, nudi e nella penombra. Come sempre, mi piaceva accarezzargli i capelli ricci e le labbra carnose; lui amava scivolare con la mano sulla mia pelle e ripetermi: “Ma lo senti come sei liscia? Prova, guarda: una pesca!” e ridevamo, sciocchi e come ubriachi.
Poi la decisione di affrontare quel discorso che rimandavamo. Stavamo bene, non c’era nulla che fattivamente potesse impedirci di vivere bene fino a quando avessimo voluto. Ma no, non poteva essere. Ancora oggi le motivazioni fatico a ricordarle, anche perché non hanno spostato di molto il nostro rapporto nei mesi successivi, ci trovavamo quando ci andava, stavamo bene e tornavamo alle nostre vite, ebbri del piacere ma liberi da un legame. Quello che ho scolpito nella mente, tagliente e devastante è quella sua frase che mi porto addosso e che mi sembra si sia cucita in maniera irrevocabile alla pelle di pesca più delle carezze:

“Tu sei destinata a storie senza futuro”.

Mi avrebbe potuto pugnalare, avrei sanguinato meno. Avrebbe potuto prendermi a schiaffi, sarebbero rimasti meno lividi. Cercò di riparare, ricorrendo alla scusa che lo avevo frainteso, che non intendeva quello, ormai poteva recitarmi tutto quello che voleva, le mie orecchie continuavano a sentire quella stessa frase in loop, di sottofondo a un fischio continuo e assordante, come appena scesa da un aereo.
E ci penso ancora, ci penso sempre: tra tutte le parole di G. per me, quelle sono le più indelebili.

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3 thoughts on “Storie senza futuro

  1. ginevra June 16, 2015 at 1:07 pm Reply

    Provo a dirti come la vedo io. Quello che ti sei scolpita addosso, sulla tua pelle di pesca, è qualcosa di tuo. Esclusivamente tuo. Non mandarmi al diavolo per quello che sto per scrivere ma, vedi, è un tuo bisogno. Ovvero, un tuo pensiero. Non certo suo, di quell’uomo o fanciullo che sia. Quell’uomo, quell’idiota superficiale, probabilmente nemmeno si ricorda di averla pronunciata, anzi ne sono certa. E nemmeno saprebbe dirti perché ha detto una sciocchezza del genere, probabilmente solo per giustificare a se stesso che si stava divertendo e che non avrebbe mai costruito qualcosa di serio perché gli andava bene così. Fanno così perché ragionano col pene. Fanno così per quello. Non c’è malignità o sarcasmo o cattiveria. Ragionano col pene. Quella frase sta solo nella tua testa. È passato troppo tempo perché tu gli dia ancora tanta importanza, né avresti dovuto dargliene allora. Tu non devi fare altro che accettarla e farla tua. Quella frase ora è tua. Solo ed esclusivamente tua. Pensarci e ricordarla è un tuo bisogno. E di nessun altro. Nessuno ne trae vantaggio o scompenso. Nessuno a parte te. Perciò accettala. E una volta accettata, lasciala andare. Con un bel respiro. Via. Soffiala fuori. Andata. Quella frase non esiste perché nessuno l’ha mai pronunciata con l’intento di scolpirti la pelle. Sei tu che l’hai scolpita, non l’idiota. Nessun’altro. Il passato è morto e sepolto. Lavora sulla tua autostima dolcezza.

    Scusa se mi sono permessa, ma quando sento di maschi idioti non ci vedo più.

    • LaLetteraVi June 16, 2015 at 2:33 pm Reply

      ci lavoro, giorno dopo giorno (finché qualche idiota di passaggio non la mina per l’ennesima volta, la mia autostima).
      e tu mi hai fatta commuovere.

  2. ginevra June 17, 2015 at 3:22 pm Reply

    per così poco, grazie. se ripassa, l’idiota, non rispondergli neppure.

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