Il mio sciamano

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Certe presenze rimangono nella vita oltre la vita. Ti ho conosciuto che sembravi uno sciamano, coi capelli lunghi e lo sguardo luminoso. Non sapevo ancora nulla di te, ma mi fidavo perché eri il sorriso di mia sorella, quello che non vedevo più da anni. Ammetto che ti ho trovato strano e che mi sono anche tanto preoccupata, temevo che non saresti rimasto, che a breve ti saresti perso dietro qualcosa di nuovo. E invece hai messo le radici nelle nostre vite, tu, libero ed errante, ci hai trascinato nel tuo mondo e abbiamo conosciuto forme nuove per conoscerci e per amarti.
Al tempo la mia vita e quella di mia sorella si somigliavano in maniera impressionante, nostro malgrado e a nostra insaputa, fuggivamo da matrimoni insoddisfacenti e castranti e non ce lo eravamo nemmeno detto. Vivevamo le nostre nuove storie con uomini tanto più grandi di noi, cambiavamo le regole e addoloravamo la convenzionalità materna con la nostra ribellione.
Come era immaginabile non saresti stato accettato facilmente da mamma e papà, per un milione di motivi. Sorrido ancora a pensare a quello che avevamo rinominato lo “Sporting Hotel”, che altro non era che la tua macchina, parcheggiata vicino il piccolo campo sportivo di paese, dove avevi dormito per fare una sorpresa a V. e ancora a casa non potevi entrare.
La macchina era effettivamente la tua casa, non perché ci abitassi, ma perché per te è sempre stata fondamentale, una tua estensione, non ci permettevi di darti il cambio nei lunghi viaggi e non ammettevi di viaggiare se non con lei.
E cantavamo, tanto, insieme, con le controvoci, mentre volavamo verso il Salento e tu ogni tanto eccedevi e io ti facevo facce di disapprovazione dallo specchietto retrovisore e ridevamo e non ti addormentavi, ma quella del sonno era solo una scusa.
Le nostre chiacchierate piene di lacrime sul divano, quando eri pronto ad ascoltarmi e aiutarmi per l’ennesima sconfitta del cuore, ma tu mi sorridevi pacifico, mi prendevi il viso tra le mani e mi baciavi la fronte. Per me sei stato fratello, padre, amico. E mi mancano le tue mani rassicuranti che tanto amavo fotografare, mi manca quel tuo accento che hai tenuto nel passaggio da una città all’altra rotondo e un po’ comico, mi manca farti arrabbiare quando trovavo somiglianze assurde e improponibili per la piega che prendevano i tuoi capelli. Quei capelli lunghi da sciamano li avevi abbandonati non troppo dopo la nostra conoscenza, per il lavoro, per le convenzioni. Ed era amaro ricordarti ribelle quando infine scomparvero del tutto dietro gli effetti della kemio.
Amavi giocare, hai sempre giocato, con le parole, con la cultura sconfinata che avevi che non c’era verso di batterti a trivial e amavi anche vincere, come un bambinone ti brillavano gli occhi e ci facevi la linguaccia a ogni vittoria.
Volevi vincere anche quell’ultima partita, ma stavolta la tua grande conoscenza della storia, della geografia, non bastavano. Non è bastata nemmeno la tua voglia di vivere e di lottare. E io voglio solo cancellare quel momento in cui le cure avevano modificato il tuo carattere, spazzato via la pace che avevi e sapevi infondere. Io mi tengo il tuo sorriso, mi tengo gli occhi strizzati al sole e le tue mani attorno al viso, che io lo so, ci sono ancora, per me.

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