Il pacco

In quel pacco, caro mio amico, ci sono le insicurezze di una vita, che si svelano ogni volta davanti ai miei occhi. Quella che tutti sono abituati a vedere come una donna super convinta di sé, avvezza alla spavalderia, non esiste. Penso che tu lo sappia bene, io però lo scopro ogni volta un poco, ogni volta con altri occhi. Gli occhi dei vent’anni, poi quelli dei trenta e quasi quelli dei quaranta. Mai abbastanza. La mia insicurezza è un viscido insidiarsi nel coriaceo scudo che fatico a costruire ogni giorno, fatto di sorrisi e battute e quella cultura che provo a sfoderare per darmi delle armi. Il pacco, io, è quello stesso che non si è mai sentito all’altezza di niente e di nessuno, schiacciato da sensi di inferiorità che hanno più sfumature di un arcobaleno. Ci lotto da una vita e non so se mai vincerò.
Di fronte, la V. piena di incertezze e quella che vuole fregarsene di tutto. E di certo la mia debolezza mi ha insegnato la sincerità come arma di difesa e di attacco, quell’attacco che talvolta è solo diretto a me.
Sono cosciente dei miei limiti al punto da amplificarli e farmi diventare quella che non sono. Non sono pusillanime, la mia insicurezza lo è, non sono rompiballe, la mia incertezza mi fa diventare tale.
E mi imbatto continuamente in persone che mi vedono come quella “Superdonna” che A. accusò una sera nelle mattane universitarie. Io ero quella che era arrivata prima ad assorbire bene l’alcol e a sorreggere chi invece ci perdeva i sensi. Ero quella che aveva vissuto sempre la vita in maniera riflessiva e mai abbastanza spensierata e maledetta me. Maledetta me per non essermi concessa quella leggerezza di chi è sempre adolescente.
M. mi scrive di suoi racconti e parlando di me mi dice saccente, non mi offendo (e mi sarei offesa in altri frangenti) perché conosco quella parte di me, che non è propriamente la voglia di essere superiore, è voglia di coprire quel mio traballante essere: poco convinta. Riconosco che col tempo ho gestito sempre meglio certe cose e sono diventate punti di forza, una comunicatività che mi ha fatto conquistare menti e cuori e forse corpi. Il bisogno di una conferma che mi portasse a rivalutare me stessa ai miei occhi mi ha cambiata e portata fino qui e ancora mi cambierà. La soddisfazione di sentire la mia migliore amica dire che non è così scontato trovare qualcuno che ti ascolta in maniera così attenta e partecipata non lo so rendere a parole, ma è la mia vittoria.
Se si vuole guardare la cosa da un alto meno poetico, sono un’accentratrice che ha a cuore essere una persona che lascia il segno nelle vite degli altri, per sopprimere il pacco e le insicurezze. Voglio essere. Voglio contare. Voglio sapere che nelle difficoltà tu senti di poterti affidare a me. E io talvolta non lo faccio per me: non mi ascolto, non mi affido a me stessa, rincorrendo la conferma e l’accettazione. Ripiegando a vedermi con gli occhi degli altri giacché i miei non mi vedono affatto.
Forse non ho mai aspirato a essere sicura, ho rinnegato la superdonna e il mio ego, ho affogato ogni sensazione di superiorità. Perchè per me è un sentimento sbagliato, non posso e non devo sentirmi superiore a nessuno. Pronta a dire sissignore e farmi calpestare in onore di sentimenti alti come l’onestà, l’amicizia, il senso di colpa inculcato da bambina. Come se rendersi vittime potesse rendere me una persona migliore. E forse è ora di smetterla. Di guardare cosa c’è dentro questo pacco e distruggerlo in mille pezzi, per far venire fuori le cose buone, se possibile buttare via quelle cattive, altrimenti accettarle e non rinnegarle, né tanto meno viverle come senso di colpa. Ognuno a suo modo, non ci sono vittime, non ci sono Superdonne, non esiste la sicurezza nelle conferme altrui, quelle son fugaci mentre tu rimani con te stessa. Coi tuoi pianti, con le tue incazzature con tutto quello che fa di te una Donna, non migliore, non peggiore, Diversa. Una Donna.

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