Crep-a-cuori

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Ho scritto crepe e in tanti hanno letto cuore. No, non è un cuore, sono irrimediabilmente crepe, comunque voi vogliate vederla quella forma composta di linee (crepe).
La vita è strana sempre e sempre in maniera diversa, ci illudiamo di poterla in qualche modo gestire, dirigere, ma non abbiamo mai la certezza che le cose vadano come pensiamo. E così mi ritrovo davanti a una grossa incertezza che avvolge la vita, la sopravvivenza. Un posto di lavoro non è la vita, ma la vita te la cambia eccome. Tutte le mie coordinate potrebbero cambiare in funzione di otto ore al giorno, di azioni che svolgo col pilota automatico da anni. Cambiare potrebbe essere uno stimolo, se solo vedessi della luce oltre le crepe. E invece per ora non si vede nulla, si intuisce solo che qualcosa dovrà cambiare e con tutta me stessa mi impegno a vedere il cuore e non le crepe, a vedere opportunità e non difficoltà.
Improvviso mille sconosciuti scenari che cercano di contemplare tutto, mi serve per non schiantarmi, per non ritrovarmi ancora con la gola strizzata in un nodo doloroso, come quando…

Flashback, quanti anni avrò avuto? Non raggiungevo i dieci, non credo. Ero appollaiata sulla sedia ancora grande per me. Al tempo ero magra come un filo di lana fragile, devastata dalla malattia, costretta talvolta a mangiare da una flebo, che da sola non ne ero capace. In un equilibrio precario, col mio tempo scandito da un attacco che mi avrebbe di nuovo lasciata a terra, svenuta ma con gli occhi sbarrati, con l’aria che risaliva con una fatica indecifrabile dai polmoni alla gola, con mia madre che accorreva e chissà quanti pianti si è fatta e io non li ho visti. Non ho visto nulla per anni in realtà, non vedevo la vita normale degli altri bambini, ma mi ricordo nettamente il nero e le stelle che all’improvviso affollavano la mia testa, il dolore del pugnale tra i bronchi, il fiato che diventava solo uno stridìo e che per riderci avevamo chiamato “gattini”. Ero questo, un cesto di gattini gnaulanti e malati. Ritorniamo lì, sulla sedia di paglia intrecciata, con le gambette arrampicate sul pioletto e il mento appoggiato alle ginocchia. Candy stava vivendo qualche altro episodio della sua tormentata vita e io la guardavo e ho iniziato a toccare la gola, incerta tra un soffocamento conosciuto e una sensazione che no, non mi sembrava la stessa. Diligente come una bambina che vive la malattia e ne snocciola i sintomi ogni volta che si presentano, offro questo disturbo a mamma: “Ma’, ho male alla gola, ma non so cos’è”.
“È voglia di piangere, piangi e non sentirai più male.”
Ho lasciato rotolare le lacrime per Candy quel giorno e ho conosciuto il nodo alla gola e la magia di riuscire a calmare almeno quel dolore.

Il nodo alla gola di oggi non lo posso calmare io, le paure di oggi son diventate grandi e forti come me. Non c’è un Meyer da qualche parte che abbia il vaccino giusto, ci sono solo le mie braccia, la mia voglia di reagire, il continuo cercare un cuore tra le crepe. Nonostante cerchi tra le mie espressioni i sorrisi migliori e li offra a chi popola le mie giornate, non lo so quanta forza ho, non lo so se riuscirò a non soccombere a tutto questo e nella solitudine ho paura. Più paura di quanta ne avessi di quelle stelle, del pavimento freddo all’improvviso a contatto con la mia pelle, del mio respiro interrotto e posseduto da mille gattini cattivi, degli aghi delle flebo e delle iniezioni. Più paura.

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One thought on “Crep-a-cuori

  1. […] delle emozioni che non controllo in questi giorni, che mi strizza la gola, quello che ormai conosco bene, e vengono giù lacrime mentre vedo la Rotonda della Besana al di là dei vetri corrermi accanto e […]

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