Succede sempre

Il balbettio del neon nel tram accompagna la mia mattinata iniziata in maniera acerba (e marcirà senza nemmeno passare per la maturazione). Leggo distrattamente le stesse identiche insegne ogni mattina, come se fossero qualcosa di nuovo.
Succede sempre.
Succede che mi assenti da me stessa e faccia la strada per l’ufficio senza realmente esser padrona dei gesti, dei miei passi, un teletrasporto alternativo che non mi risparmia però i ritardi.
Credo che stamattina i miei pensieri siano rimasti incrostati sul manichetto toccato da millemila mani per evitare le cadute per le frenate brusche e distratte del macchinista. Oppure sulla sciarpa della signora dai capelli arruffati con gli occhi piantati sul telefono e la bocca come una virgola appesa. Semmai li potrei persino ritrovare tra le pieghe della ventiquattrore dell’uomo canuto e curvo a fissare le punte dei mocassini. Credo che fossero preoccupazioni serie quelle che nutrisse per il destino delle scarpe, non gli staccava gli occhi di dosso, come per timore che gliele rubassero. Le scarpe, non le preoccupazioni.
Che a farne una fiera delle preoccupazioni non credo ci si farebbero grandi affari.
Maledetti flussi di coscienza, dovevo pensare a cosa mangiare stasera per risparmiare tempo e invece mi ritrovo a vaneggiare su scarpe altrui.
Succede sempre.
Succede che dovrei concentrarmi su qualcosa per ottimizzare il mio tempo, ricordare gli appuntamenti della giornata, mettere ordine tra gli impegni e invece parto per la tangente. Tutti i pensieri più inutili spingono contro le pareti della mia testa pur di non farmi ritornare alle questioni più importanti e pratiche. Perché io non ho mai imparato a essere razionale e organizzata. Solo i miei desktop sono organizzati, cartelle che chiudono cartelle dentro cartelle, mai troppa folla, la foto di sfondo deve essere preponderante, visibile, il soggetto. Come se il computer fosse un quadro. E poi di foto non ne stampo mai una, ho ancora quel progetto dei letti tutto da fare ed è rimasto un pensiero e non un’azione.
Succede sempre.
Succede che mi imbarco in cose elettrizzanti, ma che dico, strepitose, guarda un po’ che idea ho avuto, come sono contenta, che meraviglia. È il passaggio dall’idea all’azione che mi fotte. Quando sono entrata in quella casa ho pensato che avrei potuto tinteggiare una porzione di parete all’ingresso a righe biancheerosse. Sono due anni che sono in quella casa, la parete mi guarda bianca e banale e io mi sono scordata come son fatte le righe biancheerosse. Durante il trasloco avevo accantonato dei documenti che avrei guardato con calma, nella nuova casa. Con calma, ho detto, mi sono presa solo troppo in parola. Che poi son così, la burocrazia non è sexy, la burocrazia è la miglior rappresentazione dell’incubo per me e non potendo fare di meglio la ignoro. Che poi lo so, è tutta una questione di discontinuità e pigrizia. Sporadicamente vengo assalita da sensi di colpa e d’ordine e inizio a fare e strafare tutto quello che non avevo mai fatto e che da domani, prometto, sarò migliore, ci starò dietro così non dovrò arrivare all’armaggeddon per rinsavire.
Succede sempre.
Succede che poi la pigrizia ha la meglio e io smetto. Smetto di stare dietro alla burocrazia, smetto di passare la crema antirughe che oh, i quaranta bussano alla porta, smetto di mettere a posto i libri in senso compiuto, smetto di mettere le bollette dentro un faldone per ordine di data e torno a ficcarle in una scatola una volta pagate, così, come capita.
Smetto di scrivere.
Succede sempre.
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