Come pugili

Quante volte ho iniziato a scrivere per cancellare? Non le conto più. Le riflessioni le faccio fluire come sempre lasciando che prendano una spinta dal passato.
Riguardo quella foto che Francesco mi ha mandato qualche giorno fa, eravamo adolescenti e passavamo tanto tempo tra le mura di quella casa riconvertita a luogo di incontro. Nel cortile giocavamo a pallavolo e cominciavamo a conoscere le nostre anime a lasciare che le nostre coscienze fluttuassero tra una partita e i lunghi discorsi. Cercavamo di capire dove stavamo andando che, sembra quasi impossibile, era più difficile di quando toccava decidere come passare il sabato sera. Tra i muri scrostati davamo spazio ai nostri pensieri che non erano altro che il modo di vedere noi stessi attraverso gli altri. E quindi riguardo me, in mezzo ad altre facce, di alcuni di loro non so più nulla, faccio quasi fatica a ricordare i nomi. Mi costa uno sforzo in più riconoscere me stessa, i miei cambiamenti fuori e dentro. Ero dietro, non so se per nascondermi o per sentirmi meno esposta. Ora non mi nascondo più, mi espongo sempre e spesso metto un tiro al bersaglio davanti.
Se devi colpire fallo forte e subito. Così so a cosa mi posso preparare. Non cerco più il riparo, penso sempre di più che non serva cercare di salvarsi, ma guardare le ferite può essere più edificante che evitare di farsene.
Quel giorno su un divano rosso che non era il mio presi coscienza di quanto mi sia addestrata al dolore dei rapporti umani. “Io credo” gli dissi “che non c’è modo di non soffrire per l’incontro degli altri. Oggi siamo qui e stiamo bene, domani potremo essere il dolore l’uno dell’altro.” E non era un invito né tanto meno un auspicio. “Non ho modo di preservarmi dalle ferite di un rapporto, qualunque sia la sua natura, non cerco più di salvarmi, cerco di vivere”, mentre abbracciavo la mia gamba e la portavo al petto e guardavo fisso negli occhi qualcuno che non so se conosco più, di certo è perso. E lì, come in tanti altri casi, mi sono fatta del male, continuo a farmene e inevitabilmente a ferire. Mi contestava lui, dietro gli occhiali, che sembrava un discorso di resa e poco ottimismo. Non lo è, non è mai stato così. È l’accettazione di come sono fatta io. Non posso impedirmi gli entusiasmi e la fiducia negli altri, anche se so che li pagherò. E sì, me lo ricordo quel suo sorriso a metà che non so se chiamare compassione o imbarazzo.
Mi ricordo di tutti gli sguardi che mi sono passati addosso, non dimentico più i nomi e i volti, ci provo.
Allora scegli. Scegli se vuoi stare dietro per non farti vedere troppo, per non avere il corpo esposto ai colpi. Siamo pugili, ci dobbiamo solo preparare a colpire ed essere colpiti, solo che alla fine non ci sono vincitori né vinti, ci sono i segni di ogni incontro e un giorno ne parlerai con un sorriso ché ne è valsa la pena. Ne vale sempre la pena. Anche solo per l’abbraccio finale, quella tensione di pugni e difese che alla fine si scioglie e lascia il posto all’abbandono delle braccia, al sollievo dalla fatica che ti ha fatto arrivare fino in fondo e dimmi, non ti senti un po’ più grande?
Più grande di quella ragazzina dal sorriso timido, dalle grandi incertezze che non ho totalmente cancellato, ho solo imparato a conoscere e vivere meglio.

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