Qualcosa che somiglia a un lieto fine

​L’adrenalina di un primo incontro, le aspettative che sono state foraggiate da uno scambio intenso di idee ed emozioni. Quel languore che precede il saluto e il porsi all’ascolto con curiosità. Tutti i nuovi incontri sono stimolanti, ascoltare gli altri mi è sempre piaciuto, come aprire un nuovo libro. Cercare di cogliere le sfumature e i dettagli, dare un contorno alla persona.

L’approccio cerco di confinarlo a qualcosa di poco importante, quello che segue è molto più interessante e indicativo.
Quindi ok, il saluto, la prima pagina, poi si va al succo, al denso dei racconti, al delineare i caratteri. E tra le prime cose noto questo fuggire con lo sguardo su due (due) telefoni, ogni cinque minuti. Io, te e i tuoi telefoni. Io mi sono un po’ stancata di essere transigente e giustificare, quindi stavolta non lo tengo un “non sei carino”, mi parte dal cuore, mi sgorga dalla gola in tre parole che bastano, sottolineate dallo sguardo che rimbalza dallo schermo alla tua faccia. E con quelle tre parole ti ho detto: oh cazzo bellino, sei venuto qua per me, ma ci metto un fiato a girare i tacchi e andare a guardare cristalli liquidi a casa mia. E non so se sono arrivata inaspettata alle tue orecchie, ho colto un balzo del petto, seguito da un balbettio di giustificazioni.

Da quel momento è stato tutto inquinato e la mia predisposizione all’ascolto non è calata, ma ha subito la botta facendomi virare verso un atteggiamento critico.
Questa birra sa di marcio, non aiuta, il locale è sicuramente molto tranquillo perché non è frequentato, ma al tempo stesso non è confortevole. Parliamo, non ci sono spazi da riempire, né imbarazzo, ma il punto non è questo. È che tutto rimane sulla superficie, le parole come olio sull’acqua e questo per me non è conoscere una persona, carpirne qualcosa di profondo. Fino a quando non emerge qualcosa che mi riguarda, il mio impegno, anche se messo un attimo in pausa da situazioni personali. E cito la scuola di italiano per stranieri, e oh ma allora sei un’insegnante, e no, non esattamente, allora andavi lì per dargli fuoco. I miei occhi devono essere diventati due lune, è partito un fischio nelle orecchie e ora non so nemmeno bene perché rimango seduta a sorseggiare una Guinness rancida e portare avanti una conversazione. Forse è la mia innata predisposizione a dare un’altra chance (e ancora una), forse la curiosità di capire fino a che punto puoi ancora spingerti.
E per salvare almeno il salvabile propongo di cambio scenario, dove almeno quel che bevo vada giù liscio, di contrasto ai discorsi. Almeno il tepore, contro il freddo del pub precedente, almeno il brusio di fondo della gente, a distrarmi parzialmente. Ci addentriamo in un faccia a faccia sulle dipendenze, scoprendoti pronto a giudicare una dipendenza da droghe leggere e giustificare delle pinte davanti a un bancone, ogni sera. Perché è socialità, allora va bene.
Va bene.
No, non va bene nulla, vado in bagno e finisco due sorsi di birra, prima di emergere sul vialone e mettere un piede davanti all’altro, verso casa. Vuoi accompagnarmi, va bene, la cavalleria non ti manca, almeno quella, tra birre offerte e compagnia fino davanti al cancello. Di sicuro penso che ho sentito abbastanza, ma sei pronto a strafare e a lanciare un’altra invettiva verso chi è nato con un conflitto di sessi e io non sono più disposta ad ascoltarti. Voglio salire questi quattro piani e lasciarti pensare quello che ti pare, provo a spiegarti solo per amore di causa, ti lascio senza parole che non un siano un “Sei una rompipalle” che vuole essere scherzoso e io rincaro con un “Sì, anche odiosa e antipatica. Io sono questa qui. Difendo le cose a cui tengo, e cerco di comprendere gli inferni altrui” al contrario tuo (le ultime tre parole non le dico ma le urlo dentro).
L’unico pensiero, risalendo in casa, è quello di aver perso una serata che avrei potuto impegnare con molto più gusto sotto il piumone, con le mie serie da vedere, i miei gatti (che non hai certo mancato di farmi sapere che non ami particolarmente), un orzo caldo, la mia vita.
E la mia vita non ha bisogno di questa presenza, anche se tu continui a volerci stare, scrivendomi al rientro che è stata una bella serata. Ah sì? Scusa, devo averla trascorsa con qualcun altro.
Mentre chiudo gli occhi penso che sono una persona complessa, che ho dei valori che difendo e in cui credo, che mi piaccio così. Non mi importa di essere come tanti se quel “come tanti” significa superficialità, noncuranza, poca voglia di andare oltre la faccia delle cose. A qualcosa tutto questo è servito, a sapermi stimare di più, a darmi immaginariamente una pacca sulla spalla, mezzo sorriso, a dirmi: “Brava Vi, mi sei piaciuta.”
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2 thoughts on “Qualcosa che somiglia a un lieto fine

  1. rodixidor November 6, 2015 at 9:56 am Reply

    Molto ben raccontata, vissuta, condivisa. 🙂

    • LaLetteraVi November 6, 2015 at 10:16 am Reply

      grazie, viverle per raccontarle 😉

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