Undici anni

Erano gli anni dell’università, avevo i capelli lunghissimi e le mani sempre in tasca nei freddi inverni sotto i torricini. La sera ci si trascinava dal Basili, al Portico, al Cagliostro, e quell’altro baretto pieno di musica di cui ho perso il nome in qualche cassetto della memoria. Non c’era molto di più, le facce le conoscevi tutte ormai, alcune più di altre. Spesso ero in giro con Barbara, con lei il mio accento prendeva la sua piega romana senza che me ne rendessi conto. Anche quando restavamo in quel villaggio studentesco perso nel verde ci si trovava tutte e due ai salotti, a guardare la tv. La tv era una scusa, ci trovavamo a chiacchierare con gli altri, mentre gli altoparlanti di tanto in tanto chiamavano sillabando i nostri cognomi per una telefonata in arrivo. E mille volte qualcuno scappava ai telefoni pubblici per fare degli scherzi all’anziana receptionist inventando nomi improbabili da far declamare seguiti da sciami di risate studentesche. Altre sere si restava a gruppi nelle stanze di questo o di quell’altro a parlare o a studiare. E poi c’era stata quella volta in cui io e Barbara, tornate tardi dal centro trovammo il nostro receptionist preferito ad attenderci con un bottiglione di limoncello autoprodotto e rimanemmo lì, ore e ore, a bere e parlare di rapporti coi genitori, di altri argomenti profondi, con una sorta di consapevolezza di fondo che quei tempi li avremmo ricordati come qualcosa di prezioso.
Un giorno la mia amica romana mi portò nell’aula grande, dove tanti computer erano a nostra disposizione. La mia faccia era interrogativa, non avevo mai considerato quell’oggetto come una porta verso il mondo, non avevo nemmeno un indirizzo email. Da lì è cominciato tutto, da quella stanza, popolata soprattutto da nerd che al tempo non sapevo si chiamassero nerd. E quindi il mio primo account di posta. E Qwertyu, questo era il nome di Barbara dietro una tastiera, mi fece conoscere questo mondo di finestre dove ti trovavi a chiacchierare con qualcuno che poteva essere chissà dove, con un viso che potevi solo immaginare. Cominciai ad appassionarmi, mentre le mie compagne di corso Valeria e Anna non capivano e mi giudicavano.
Come potevo spiegare loro che attraverso quello schermo stavo scoprendo mille vite che mai avrei immaginato esistessero?
Come potevo fargli capire che ogni giorno mi trovavo come davanti a un caffè, col mio amico Zok, che però era a Milano e mi raccontava della sua vita lassù, della sua fidanzata, dei suoi amici?
Un paio di anni dopo di Barbara non sapevo più nulla, mi ero trasferita a Milano, insieme a Valeria e Anna, che cementificavano la loro amicizia, mentre io stavo più spesso per conto mio.
Venne il momento di togliere uno schermo davanti ai nostri occhi, anche perché nella mansarda piovosa con la stanza divisa per tre, un computer non ce lo avevo più. Anche il tempo era molto meno, scandito  dalla preparazione degli ultimi esami, dal lavoro in gelateria, dai rari incontri con una sorta di fidanzatino indeciso. Venne il momento, dicevo, di dare a Zok il nome di Marco, di dargli un abbraccio, qualche sorriso, di conoscere la persona con cui parlavo di più da anni in qua. Non fu facile, Francesca sapeva della nostra amicizia, ma era reticente a concedere a Marco di prendere un caffè con me, che in fondo, chi cavolo ero? Non la biasimavo, ma la detestavo cordialmente, non volevo minacciare il loro rapporto, non mi ero mai sentita come un pericolo per loro. Ma la pazienza era nostra compagna, ci arrivammo a due birre, molti sorrisi e la felicità di constatare che c’eravamo veramente, carne, ossa e voci, una davanti all’altro.
Col tempo ci fu anche la stretta di mano con Francesca, un riconoscerci alleate e non antagoniste. Poi gli amici, amici da frequentare in questa grande nuova città che mi stava accogliendo. Io e Marco ogni tanto ci concedevamo del tempo da soli per raccontarci come fiumi tutte le nostre emozioni, il mio fidanzatino sparito, i suoi alti e bassi con Francesca. E poi quella serata organizzata, come nel migliore copione di una commedia, l’amico da farmi conoscere. Quell’amico che dopo svariati inviti che io gentilmente avevo declinato riuscì a entrare poco a poco nella mia vita, fino a sposarla. Qualche annno e molti tormenti dopo, ero occhi negli occhi con quello che era diventato mio marito a dirgli che no, non ero innamorata di lui. Marco e Francesca erano stati i nostri testimoni, sempre presenti nella nostra vita. Marco era rimasto il mio più caro amico, avevo provato a confidarmi con lui di quel terremoto che stavo provando dentro, avevo chiesto, di nuovo dietro una tastiera, ché vedersi era difficile, di non dire nulla a Francesca, questa volta, per favore.
Aveva assicurato, aveva promesso. Ma una lunga lettera di Francesca, scritta a mano, arrivò a me di lì a poco. Non mi costò molto sforzo capire che sapeva. Quello che mi costò di più fu allontanarmi. In pochi mesi avevo chiuso il matrimonio, allontanato il mio più caro amico e sua moglie. Avevo scelto di continuare da sola la mia strada in questa città che mi sembrava ostile.
Ci è voluto del tempo per ricostruirmi, trovare nuove persone di cui fidarmi, nuove amicizie con cui condividere.
Sono passati molti anni e tra le mille tecnologie che dalla sala dell’università mi hanno accompagnata c’è anche facebook. Nel cuore di una notte autunnale che spira venti primaverili i miei occhi si sono riempiti di lacrime a leggere un messaggio da qualcuno che non sentivo da undici anni. Marco mi ha cercata per chiedermi scusa, per non essere stato il mio amico tanti anni fa, per porgermi una mano, per dirmi “lasciamoci alle spalle tutto, ritroviamoci, ho un bel ricordo di un’amica che vorrei poter riabbracciare”. Francesca e Marco sono oggi madre e padre di due bambini che io non ho mai  visto. Hanno vissuto la loro vita serenamente. E uno di questi giorni conto di ritrovarmi con due birre, due sorrisi, più capelli bianchi e più rughe, a raccontarci undici anni di assenza. Io e Marco.
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