C’eravamo tanto sposati

Tra la folla, un lampo. Riconoscere una sagoma, un modo di fare.
In un attimo ti chiedi come mai ultimamente la tua vita di tanto tempo fa torni a farti visita senza averlo chiesto.
Ha lo stesso cappotto comprato insieme più di un decennio fa, o forse ne ha comprato uno uguale. I capelli adesso gli scendono sulla fronte, lisci e tendenti al rosso (come sempre). Una gestualità familiare ma persa nel tempo, quel movimento che faceva sempre di scrollare il braccio sinistro per far risalire l’orologio lungo il braccio, sopra il polso.
Un colpo al principio dello stomaco e l’inconscia (forse) decisione di far finta di non vederlo. La lotta dello sguardo, come quando vedi un incidente, un misto tra la voglia di vedere che è successo e quella di nonguardarenonguardarenonguardare.
Eppure dodici anni fa stavamo partendo per il viaggio di nozze. Era proprio lui, ma io non so se sono io, non quella io.
Quella che aveva deciso di cedere a svariati tentativi di corteggiamento all’antica, di portiere tenute aperte, di “entro prima io nei locali per vedere se è il posto giusto per la mia donna”, delle poesie di Prévert, dei messaggi dolci per farmi capitolare. Non sono io che ho deciso di andare ad abitare con lui e poi sposarlo e condividere il suo letto finché divorzio non ci separi. No, il letto ho smesso di condividerlo molto prima, quella sì sono un po’ più io, ma non ancora abbastanza.
Invece lui sembrava perfettamente lo stesso, enorme e rubizzo, impacciato e panciuto, con le guance floride e la psoriasi.
Immaginarmi ancora accanto a lui farebbe ridere se non mi sentissi quasi terrorizzata, mentre uno tsunami di ricordi mi travolge.
La pioggia forte come quasi mai la mia terra offre. I fiori nella cripta. La gente cara intorno a me, uno stranimento che mi ha resa assente per tutta la cerimonia, il pianto di mia sorella che si fondeva in un abbraccio col mio, la consapevolezza che non era commozione, mia sorella mi stava dicendo mille cose in silenzio e io le capivo, ma le avrei capite molto di più un anno dopo.
Quella sua strana abitudine di ridere, portarsi avanti col busto e mettere le mani giunte fra le ginocchia. “Ma perché lo fai?” “Perché sono felice”.
Più che predere marito si trattava di adottare un grande e grosso bambino e forse io non sono mai stata abbastanza brava per fare la mamma, non la sua, almeno.
Stavo sbagliando l’uscita dalla metro per cercare di evitare lo sguardo, mi son sentita meschina e deplorevole, potrei dire di averlo evitato perché ero in ritardo, ma so benissimo che non è così. Sto evitando un pezzo di vita e una me che non riconosco più e non voglio riconoscere mai più.
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3 thoughts on “C’eravamo tanto sposati

  1. rodixidor November 24, 2015 at 11:38 am Reply

    Partiti con i peggiori auspici, sarebbe da dire a leggerti

    • LaLetteraVi November 24, 2015 at 12:29 pm Reply

      e troppo ingenua per capirlo. sì.

      • rodixidor November 24, 2015 at 12:39 pm

        ingenui entrambi

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