Cronaca di un addio

Non c’eri ad aspettarmi in stazione, ma in fondo lo sospettavo. La scusa me la sono scordata nel momento in cui le labbra si sono sovrapposte nel saluto. Un saluto strano che aveva dentro l’agre dei discorsi dei giorni passati e l’amaro di un incontro che sai che è l’ultimo. Non sono mai stata brava a lasciare andare, conservo le cose, figuriamoci se posso essere in grado di congedare le persone che per me significano qualcosa. Andiamo a prendere un caffé? E ho detto sì, anche se il caffè non potrei prenderlo. Mi sono stupita di un’apparente disinvoltura che non avevo. Un tavolino in uno di quei bar squallidi da videopoker ha incoraggiato la mia nonchalanche, o forse è stato grazie allo stato confusionale emotivo, per il quale non capivo dove iniziava lo stare insieme e dove un addio. Mi hai fatto una foto con un sorriso obliquo, la scusa era quella della vecchia che giocava alle mie spalle con quelle macchine infernali che producono suoni innaturali, ti ho detto che non mi piaccio, non mi piaccio quasi mai nelle foto che mi fanno gli altri. Quello che non mi piaceva era il fatto che la faccia rivelava quello che il cervello nascondeva: non ero tranquilla. Poi hai armeggiato nello zaino e hai tirato fuori una copertina variopinta, psichedelica, sopra c’era il tuo nome, dentro cose tue, i tuoi deliri, come amo chiamarli. “L’ho fatto rilegare da un’amica, non è niente di che, è per te”. Io ho aspettato a darti quello che avevo portato per te, non era il posto, non il momento. “Mi piace condividerle queste cose, preferisco così.” Mentre io guardavo i tuoi occhi per ricordarmeli all’indomani, quando non avrei potuto più indagare le pagliuzze che li rendono diversi durante il giorno.
Mi sono distratta cercando di dare dignità a quel posto e ammirando le foto di vecchi film alle pareti, “Sì, sono belle” hai detto, forse perché avevi bisogno anche tu di  trovare qualcosa di buono intorno.
Abbiamo camminato tra le bancarelle dei peruviani e parlato di improbabili regali di natale, ancora da fare, che avresti cercato dopo, correndo avanti, come sai fare, per non far pesare il presente.
In macchina ti ho chiesto del passato, di quello che ti ha portato a quel momento, a quell’inquietudine che ha trascinato via anche la parentesi del noi, costruita e disgregata in poche settimane. Parlavo e pensavo che non sarei riuscita a portarti rancore. Ma questa è una cosa che mi affligge, che a volte farebbe comodo riuscire a essere astiosa, invece no. Ci siamo persi e le strade erano piene di buche da evitare e mi è sembrata una metafora fantastica che la vita mi ha voluto mostrare. Sì, ci siamo persi e c’erano troppe buche da evitare perché la strada fosse tranquilla. Richiusa la porta alle nostre spalle non ho sentito l’urgenza del bagno che poco prima avevo dichiarato. “Questo invece è per te” ho detto, porgendoti un brutto sacchetto di plastica. Hai sfilato piano prima la rivista, sapevo che ti sarebbe piaciuta, ho la presunzione di sapere quali cose ti piacciono, perché piacciono a me. No, non vale per tutto, altrimenti non saremmo stati lì a dirci addio. Poi, tra mille convenevoli, hai letto anche il biglietto, lungo. “Lo sai che sono prolissa”, fingevamo sorrisi. E chissà se ho voluto vederli io o avevi veramente gli occhi lucidi. A quel punto sì, il bagno mi ha richiamata e ho evitato di piangere. Ho evitato un momento troppo denso. I corpi ricercavano contatto, ci siamo ritrovati fiato a fiato, occhi che cercano occhi e le labbra che stanno sulla pelle.
Fuori a fumare eravamo due persone già diverse che parlano di cose futili e guardano il paesaggio. Un paesaggio insignificante, era un appiglio per non tornare su un noi già troppo discusso.
Quel noi poi lo avevamo appena fermato in delle foto fatte per gioco e tra sorrisi. Malinconici.
Non lo so come ci siamo trovati in quell’abbraccio, a fermare il tempo, il cucchiaio che da sempre mi fa sentire protetta, sicura, al calore. Le parole che avevamo evitato sono arrivate lo stesso. “Perché cerchi di aiutarmi?” “Non cerco di aiutarti, penso e ti parlo di quel che penso.” E quel che pensavo era che non si dovrebbe aver paura dei cambiamenti, anche quando vuol dire rischiare, sentirsi giudicati, andare incontro a difficoltà. “Tu mi sembri una persona a posto con se stessa, senza grossi problemi” “E ti sbagli, ho i miei casini, ho questo problema di non sentirmi mai abbastanza, mai quella che rimane, quella buona per andarci a letto.” “Ma non è così, lo sai, sei una bellissima persona”. E penso che sono stufa di essere una bellissima persona, forse è meglio essere stronzi.
Ci sono stati anche attimi di silenzio in quell’abbraccio, mentre la mia mano giocava con un tuo dito. E mi perdo nei dettagli di quel momento, di quelli che conservi fino a che non sono consumati, per la loro intimità, la loro delicatezza.
Mentre ci adattavamo piano alla realtà e tu guidavi ho cercato di alleggerire l’atmosfera con canzoni stupide, non volevo pensare.
Abbiamo preso il tempo per mangiare un panino, quello che avevo reclamato come metafora di condivisione e che tu hai preso alla lettera. Intorno sembrava tutto surreale, gli operai che facevano piccoli lavori sulla vetrata del locale, la trans che fantasticava sulla serata e il suo look, la vita che scorreva oltre noi.
Un saluto davanti alla macchina, tu mi hai stretta, io meno. E mi sento scema per non averlo fatto. Ho voltato le spalle, sono andata dritta verso la stazione, senza girarmi mai.
Sul treno quel senso di apparente tranquillità è svanita e ha lasciato spazio al pianto, mentre gli ultimi saluti scorrevano sotto forma di foto su uno schermo. E ti ho detto che stavolta mi vedevo bella in una foto d’altri, che sembravo (ho scritto proprio così, sembravo) felice. E in quell’istante lo ero.
Quelli eravamo noi. Quelli non saremo mai più noi.
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10 thoughts on “Cronaca di un addio

  1. Ramocchia January 4, 2016 at 11:20 am Reply

    Una cronaca così vera asciutta e priva di fronzoli da vivere sulla propria pelle ogni attimo. Così mi sono sentita. Come fossi stata io in quell’addio. Scrivi davvero bene.

    • LaLetteraVi January 4, 2016 at 11:44 am Reply

      Grazie Ramo, forse perché la realtà era di per sé abbastanza asciutta. Tristemente asciutta.

  2. rodixidor January 6, 2016 at 9:56 am Reply

    Belle le descrizioni interne ed esterne, belle le metafore anche se troppo numerose. Il tempo è malinconico, un passato già rimpianto mentre vissuto nasce ricordo e tristezza.

    • LaLetteraVi January 6, 2016 at 10:10 pm Reply

      sì, sono ridondante di metafore, sempre. e tu hai colto perfettamente lo stato delle cose.

  3. hunajania January 20, 2016 at 10:39 pm Reply

    Quando un noi si distrugge, ci permette di costruire un io più forte.
    Bel post, intenso.

    • LaLetteraVi January 21, 2016 at 10:59 am Reply

      è quello che spero.
      a ben vedere, guardando ai tanti noi passati, credo che questo io abbia imparato tanto.

  4. Disintegrazioni March 18, 2016 at 10:58 am Reply

    Anch’io sono contento di averti trovata. Continuerò a leggerti, grazie!

    • LaLetteraVi March 18, 2016 at 11:36 am Reply

      🙂 non proprio una delle cose più allegre questo pezzo, ma grazie davvero.

      • Disintegrazioni March 18, 2016 at 11:39 am

        Le cose migliori da scrivere non sono mai le più allegre 🙂

      • LaLetteraVi March 18, 2016 at 11:44 am

        eh sì, mi sa che è spesso così.

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