Un cuore sul tram

Il marciapiede riverbera del bianco fuso di sale e ghiaccio. La gente stretta nei cappotti sbuffa nuvole morbide di freddo. Sono sempre chiusa nel comodo riparo di due auricolari guardo discorsi muti e doppiati da Damien Rice. Mi sono ripromessa di non lamentarmi e non finire nel turbine di pianti che mi ha accompagnata a fine anno. Così i miei pensieri navigano a mezz’aria e cercano di non concedersi al malumore (no, non sempre ci riescono). Forse un giorno salirò su un tram (poi ne prenderò un altro e un altro ancora), perché questa città, vista da qui, è anche meglio. E poi mi piace guardare le facce della gente che aspetta alle fermate, diversa a seconda degli orari, delle zone. Mi piace lo sferragliare arancione che ogni tanto si concede una scintilla, lassù, tra i fili. Vedere sfilare scenari variegati aldilà del finestrino e, per ogni posto, far riemergere un ricordo. Missori, c’era la pioggia, aspettavo sotto i portici e uno sparuto gruppo di ragazzi si muoveva verso una nuova meta di venerdì sera, l’acqua e i fari delle auto lucidavano l’asfalto, io guardavo in giro, in attesa di una figura conosciuta.
Duomo, la gente si infittisce davanti alle porte a qualsiasi ora del giorno, la sera no, la sera il centro è deserto, penso a quante volte di ritorno dalle presentazioni della rivista dove spesso do una mano, mi sono trovata a implorare che l’attesa del tram fosse breve, la voglia di essere a casa. Quell’ultima volta avevo la compagnia dei primi interrogativi per qualcosa che era nato da poco e a cui non sapevo dare un nome, né risposte (più o meno le stesse che mancano ora).
Sarpi, che ti sembra di aver viaggiato fino a un’altra città. Camminare lungo tutta la strada, imbattendosi anche in qualche gallina, mentre la spalla brucia lievemente per l’incisione di una nuova storia sulla tua pelle, mentre ne desideri ancora un’altra, e un’altra ancora, perché ti piace fissare sul corpo le cose che davvero contano.
Cadorna, il suo variopinto ago che fa esplodere di colore la piazza e la vicina stazione, la pasticceria, “Un orzo in tazza grande” e “Per me un ginseng”. Negli occhi ancora le fotografie viste in triennale, sulle labbra sorrisi donati dalla semplicità di un momento: una passeggiata mano nella mano, l’intesa nello sfilare tra le opere esposte una dopo l’altra e poi un pacchetto da porgere, felice di essere lì.
Quanti altri posti ancora da vivere e amare, quanti scenari che fanno tremare lo stomaco per quello che ho già vissuto, i viaggi reali e quelli delle emozioni, tutti sotto questo cielo che sa aprirsi in blu infiniti, ma che so amare anche quando una coltre grigia lo copre e tutto ha una luce più soffice.

Mete sentimentali

Due giorni fa ho rivisto Harry ti presento Sally, dopo tanto tempo, con altre esperienze addosso. È incredibile come cambi la tua percezione su tante cose a seconda di ciò che stai vivendo o che nel frattempo ti è arrivato addosso. È fortemente anacronistico quel film, perché oggi Harry e Sally – forse – sarebbero stati trombamici e poi non si sarebbero parlati più, bloccandosi su tutti i social, probabilmente. Forse si sarebbero incontrati su un blablacar da Chicago a New York (esiste blablacar in America? Bah, vabbè), lui l’avrebbe cercata su facebook, le avrebbe messo quella ventina di like alle foto profilo per poi approdare a parlarle su Messenger. E via di sexting, e via di aperitivo (che impegna poco, si sa). Insomma, loro potevano esistere una ventina di anni fa, oggi le dinamiche non sarebbero le stesse.
Poi mi sono trovata a parlare con un’amica (santa amica, che sopporta i miei scompensi sentimentali da qualche mese in qua, quando mi ha presentato un amico) e a rispondere a una domanda. “Ma tu, cosa vuoi da un rapporto?” Magari le parole non erano proprio queste, ma insomma, il senso è quello lì. E succede così, per caso, che ti si accende una lampadina. Ho già risposto a questa domanda, anche al mio analista, perché in sostanza non lo so. Chiariamo: non vivo rapporti canonici, “normali” da tempo. Ok, ora vi state chiedendo cosa vuol dire normale. Quella cosa per cui conosci uno, esci una serie di volte, ti presenta (gli presenti) gli amici, iniziate a passare dei venerdì sera avvolti da copertina e gatti davanti a un film (o una serie tv), cucinate insieme, andate a fare la spesa, nel migliore (?) dei casi vi ritrovate a condividere gatti e casa. Ecco, no, queste cose non le vivo da un bel po’. Questo mi porta a pensare che non so se veramente è quel che cerco. Alcune cose delle coppie mi danno, se non paura, un sottile stranimento. E poi c’è quella cosa che trovare una tazza in un posto diverso da dove la metto io di solito mi disturba un filo. Nonostante il mio disordine compulsivo. Ma è il mio, non quello altrui. Quindi, partendo da qua, ho avuto l’illuminazione. Da anni io non ho un obiettivo sentimentale, ovvero non ho un ideale di rapporto perfetto. Tendo a privilegiare le persone e a cercare di capire poi cosa voglio. Chiaro, rimane di base la necessità della chiarezza, della condivisione, delle piccole cose che ti fanno stare bene (come scrivevo qualche tempo fa in “Continuare a esserci”), ma non c’è in me un’idea precisa della relazione che vorrei. Non seguo l’idea della famiglia, i pargoli (non ho nemmeno più l’età per quello), la station wagon e quelle cose lì. Forse perché appartengono alla V. di vent’anni fa, proprio come Harry e Sally. Di là ci sono passata e ho deciso io di chiudere un matrimonio. Sì, conta anche che non fosse la persona giusta, ma sono scappata da quel quadro. Adesso non è che ne fugga, non capita, spesso i rapporti partono già con una sorta di scadenza, ma questo non mi aiuta a pensare che vorrei per forza qualcuno con cui arrivare a una meta definita.
Non so se sia corretto vivere così, se in fin dei conti è un cane che si morde la coda, me lo sto chiedendo, però ci ho veramente fatto caso adesso. La maggior parte della gente che conosco vive seguendo un obiettivo sentimentale, sa che un giorno vorrà stare seduta su un divano rosso (o giallo, questo non è veramente importante) a mangiare patatine con un’altra mano che ci ravana dentro – no, ok, questo potrebbe piacere anche a me – sa di volersi svegliare ogni giorno con un’altra faccia accanto, che ambisce a vedere qualcuno che gira per casa in mutande, mentre io penso che mi capita di russare, che poi dovrei rinunciare a certi miei rituali, che al mattino dovrei parlare, e la cosa mi innervosisce. Insomma, gran parte delle persone vogliono un rapporto che arrivi poi alla completa condivisione e io, invece, non lo so. Non dico che lo escludo, che possa cambiare idea, dico che non è la mia meta quando incontro qualcuno che mi piace e con cui sto bene. E mi chiedo se sono strana io.

Un universo possibile

La pelle sotto le dita e tremi ancora. Anche quando mi guardi e dici che non funzioniamo. Mentre, come un gatto, passi il tuo naso sul mio, sembra una resa. Non ti arrendi mai, invece. Non abbassi la guardia verso le tue emozioni. Nemmeno quando cerchi con le tue labbra le mie in un gesto che ha la tenerezza di un bambino. E vorrei dirti, come in quella canzone, che abbandonarsi ogni tanto è utile. Ho provato a scacciarti, a dirti “Vai!” e tu ti avvinghiavi. Ho provato a cercarti con parole che non fossero quelle domande che odi, hai messo distanza. Non c’è un gioco che sia efficace con te. Non c’è nessuna regola. E se preferisci scapperò e starò in silenzio e ti lascerò nei ricordi. In una risata che scoppia per aver detto la stessa cosa nello stesso momento. In una mano che mi allaccia la vita mentre camminiamo verso un bicchiere di vino. In uno sguardo agganciato al mio, in un locale vuoto, mentre mi chiedi cosa ci fai con me. E vedi, te lo avrei spiegato cosa ci fai con me. Scrivi dialoghi che a pensarli prima non sarebbero venuti così bene. Prendi tutto quello che so dare. Fai le fusa mentre ti accarezzo e chiudi gli occhi come fosse quello l’unico universo possibile. Attraversi la città solo per sentire, ancora una volta, come si sta bene sul mio letto e non solo per il materasso. E ti fai ascoltare, che così non ti ha mai ascoltato nessuna.

Mi regalo me stessa

Lasciamoci alle spalle ciò che è stato. Basta con le serate a recriminare quello che poteva essere e non è stato. Basta con le ansie e le paure per il futuro. Basta con l’atteggiamento “mi preparo al peggio”.
Voglio sia questo a guidarmi per l’anno che arriva. Anzi no, da oggi, ché non ha senso aspettare un capodanno per salvarsi. Ho bisogno di cose nuove, se non nuove rinnovate. E la prima cosa che posso rinnovare è me stessa. Non ho mai amato i propositi da nuovo anno, visto che poi finiscono sempre per essere disattesi, stavolta però ne ho bisogno. Ho chiuso (quasi) un pezzo di vita durato più di dieci anni, c’è da ricostruire e per ricostruire occorre un progetto. Qualcosa non andrà come da preventivo, ma se non inizio con le fondamenta non andrò da nessuna parte. Ci vuole cuore e quello c’è sempre stato, è il modo di usarlo che dovrà cambiare. Spendermi per chi lo merita, darne a chi lo vuole, non imporlo. Ci vuole testa, quella che si è troppo spesso affannato dietro a minuzie e testardaggini, metterne per me stessa e una V nuova, che riesca a non perdersi se non per quei momenti in cui perdersi è salvezza. Voglio cieli limpidi perché io riesco a vederli così. Voglio sorrisi che aiutano anche nel momento in cui sembra di annaspare. Voglio positività, perché attirare la compassione non è quello che fa stare meglio, è ciò che poi allontana le persone. Voglio esaltare il mio sense of humour, perché so di essere divertente e ultimamente l’ho saputo tirare fuori, anche quando non avrei mai pensato, ma ancora non è abbastanza. Voglio bastare a me stessa, sì dico di saper stare sola dopo anni ma bastare a sé stessi è diverso. Vuol dire ascoltarsi, fare quelle cose che fanno stare bene, non vivere di paure del dolore che gli altri possono procurare. Ho iniziato a fare cose da sola (viaggi, cinema, concerti), di più, ne voglio di più, perché la migliore compagnia dovrà essere sempre e ancora di più me stessa.
Voglio molte più oasi di serenità e posso regalarmele solo io.

Say cheese!

A due passi da un altro anno passato sulla mia pelle, non quello di tutti, che anche quello sta per terminare, quello di candeline spente fino a quando non sei troppo grande per farlo. Come quando la mamma mi metteva seduta sul tavolo per farmi le foto davanti alla torta preparata con amore. Era piena di fragole di zucchero che prontamente portavo alla bocca dipingendo di rosso anche il naso. Avevo l’abitudine di sbarrare gli occhi davanti all’obiettivo, come spaventata da quell’oggetto, tutti invece si divertivano a vedere la mia faccia. È un compleanno strano quello che sta per venire, mi sento sospesa, boccheggio come i pesci e vorrei che fosse per un obiettivo davanti ai miei occhi, non quello della macchina fotografica, stavolta.
Proprio quel giorno sono chiamata a chiudere questi dieci (e più) anni con il mio posto di lavoro e non so ancora cosa sarà da qui a poco di quello che era consuetudine fino a ora. Dietro lo sterno galleggia una strana sensazione, quella che cerco di scacciare con un respiro profondo.  Tutto intorno a me è questione di tempo, non è un grande scoperta –  immagino – è sempre una questione di tempo, per tutti. Il mio è tempo d’attesa, un nuovo lavoro, una risposta, una speranza. Non sono mai stata brava nelle attese, divento nervosa, ansiosa, inquieta. E questa è sicuramente una prova, una delle tante che questo periodo mi mette davanti. Credo di aver scavato raramente dentro me come in questo periodo, scoprendo lati da migliorare, angoli da smussare. Quel continuo desiderio di chiarezza, quel voler sempre risposte mi ha fatto più male che bene. Il mio proposito per il quarantunesimo anno sarà quello di fare meno domande, ché la sincerità, la chiarezza, le risposte, vengono molto più facilmente da sole che se forzate.
Voglio tornare a guardare la vita come guardavo quell’aggeggio scuro, piena di sorpresa, ma senza chiedermi nulla, e – magari – senza il bisogno di dire cheese per sorridere.

Sto cercando di smettere

Esco anche solo per non respirare la stessa aria di alcune persone. Esco a cercare solitudine in una giornata che si è aperta con mille riflessioni. Un passo dietro l’altro, sulla mia strada il solito suonatore di chitarra che da sempre suona le stesse tre canzoni, ma mi pare che si intoni benissimo a questo tempo grigio e al mio umore. Mi siedo di fronte a un graffito di Millo, copro i suoni del mondo con gli auricolari mentre fumo l’ennesima sconfitta al mio “Sto cercando di smettere”. E nel mentre penso che voglio smettere di non pensare a me. Le esperienze fallimentari ti fanno adeguare a un paragone al ribasso, ma non è questo che valgo. Come spesso accade tanta rabbia sale fino agli occhi e la freno appena, mentre sembra che il cielo voglia fare lui per me. Me ne frego, resto su questa panchina a chiedermi se stavolta avrò il coraggio di dire basta a chi non sceglie, a chi rimane comodo nel suo limbo di “Se ti sta bene è così”. E se fossi io a dirlo, per una volta? E se imparassi che le belle persone non sono quelle che sanno raccontarti il mondo, ma quelle che il mondo lo vogliono ascoltare da te? Voglio smettere di pensare a quanto sia difficile lasciare andare e concentrarmi su quanto sia meglio prendere me stessa.

Smettila, Firenze

Non so se a voi è capitato di avere una città che ricorre nella vostra vita. Una città che non è quella in cui siete nati, né quella che avete scelto per viverci. Firenze è un tormento. Tutto è iniziato quando avevo circa sei anni. Succedeva in un secondo, il buio davanti agli occhi, le stelle (sì, quel modo di dire “vedere le stelle”, non è un modo di dire), il mio esile corpo andava in black out e il mio respiro si tramutava in una sinfonia di fischi (che col tempo ho affettuosamente soprannominato i gattini), arrancavo e boccheggiavo. Sembrava una rincorsa dei miei bronchi all’aria e quell’aria era difficile riuscire a prenderla, se ci penso ancora oggi mi sento annaspare. Lecce e gli ospedali, la rincorsa alle analisi e indagini mediche che mi hanno portata a conoscere la mia amica fidata d’infanzia, a farmi compagnia più di un amico immaginario, nei miei primi dieci anni di vita, c’è stata lei, l’asma allergica. E per lei stavo per conoscere ben poco altro di questo mondo. Così è arrivata la prima volta Firenze. Il mio amorevole medico curante, del quale credo di essere stata anche fanciullescamente innamorata in una prematura sindrome alla Spielrein-Jung, indicò la strada verso la città toscana e il Meyer. Seguirono annuali viaggi e cure e vaccini (che se lo volete sapere a me hanno salvato la vita e prenderei a botte chi pensa che siano nocivi), Firenze, il ponte sulla ferrovia, le infermiere premurose, i bambini da tutto il mondo. In particolare ricordo Giuseppe di Matera, con cui abbiamo anche avuto un’amicizia epistolare per lungo tempo.
Poi gli anni passano, e ti ritrovi venti e più anni avanti, sposata, in quella che è diventata la tua seconda città, Milano.
Il mio allora marito, dopo spiacevoli vicissitudini lavorative, ha l’opportunità della vita, un’occasione irrinunciabile, la svolta. A Firenze. Ho provato a viverci, un maggio in cui l’Arno faceva salire dalle sue acque l’umido soffocante. Mancava il fiato un’altra volta e questa volta non si trattava dell’asma, sconfitta molti anni prima grazie proprio a quella città. No, non ci sono voluta rimanere in quella casa che guardava il fiume, nella Firenze che incanta il mondo, ma non incantava me.
Arriviamo a oggi, a questa lunga trattativa estenuante: ed eccola lì, di nuovo tu, ma non dovevamo vederci più? Credo che Firenze sia innamorata di me e torni periodicamente nella mia vita come nemmeno uno stalker, un’amante respinta che gioca tutte le sue carte, un venditore porta a porta che mette il piede a tenere aperto l’uscio e fa sfilare sotto il tuo naso ammalianti depliant. Ma io, cara la mia Firenze, ti ho già dato dei due di picche, ti ho detto che non compro un cazzo, che non ti voglio fare entrare. Ho capito, è un debito karmico, mi hai salvato la vita, ma non possiamo accordarci rateizzando la mia presenza in romantici weekend che offrirò al mio futuro fidanzato con i soldi (tanti) che guadagnerò col mio prossimo lavoro?

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