In questi giorni

Via telefono faccio un po’ fatica a seguire il blog. Doveste sentire la mia mancanza mi trovate qua:

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Lisbona

Ho un biglietto per Lisbona per settembre e due occhi impazienti di leggere vostri suggerimenti su tutto quanto sia imperdibile nella città.

(Forse) odio l’estate

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All’inizio era fatta di mesi a servire gelati, a sorridere anche quando non avrei voluto, a contare i giorni perché finisse. Col vecchio proprietario che mi riaccompagnava a casa dopo mezzanotte e metteva una laida mano sulla coscia. Sprazzi di vita, inforcando la bici per le strade che all’epoca erano sterrate, quelle che passavano tra la palude e la pineta e portavano al mare. Era fatta di falò che i miei amici facevano in mia assenza, amori adolescenziali non vissuti, una responsabilità piombatami tra le mani troppo in fretta.
Poi è stata il tempo del ritorno a casa, carica delle valigie di un inverno all’università, ricordo ancora quanto pesavano. Ogni anno scolastico voleva dire un posto provvisorio dove vivere, che non sarebbe stato lo stesso l’anno dopo, ogni giugno caricare tutta la mia vita nelle borse e tornare in quella che rimaneva ancora Casa. E ancora gelati e gente e tavolini e le ferie degli altri, il piano bar che l’avrei ammazzatto quel pianista stonato e pagato. Mentre io i gelati non li mangiavo.
Quella del ’98 fu una stagione di transizione, il lavoro – ancora i gelati – a Rimini stavolta, la fontana coi quattro cavalli era la cosa che vedevo di più ogni giorno tra le esse e le zeta trascinate e contagiose. Sono sempre stata una spugna per gli accenti e in un attimo la mia lingua seguì involontariamente la scia formulando dei “grassie” di cortesia mentre contavo il resto per “uno scodellino con due gusti”. E il pedinatore, la più brutta esperienza della mia vita, quella frase formulata in pieno giorno mentre andavo per la mia pausa verso la pensione: “Sei fortunata che c’è tanta gente, altrimenti non sai che ti avrei fatto”. E chiudersi nella stanzina da Van Gogh, stretta e asfittica, non volerne uscire più. Avevo toccato la paura. E vennero i carabinieri e mi sentii incredula e rabbiosa di fronte a un “Finché non succede nulla non possiamo fare nulla”. Ehi bello, stuprami, altrimenti non mi credono! La rissa in Piazza Fellini, con le auto che si inseguivano e all’improvviso degli uomini ne uscivano e iniziavano a prendere a pugni (forse avevano anche dei bastoni, ma la mia mente tende a cancellare) la macchina che li precedeva. Orribile, tutto mi è sembrato orribile in quei due mesi, anche il mare di fango in cui solo una volta provai a entrare, uscendone non appena mi resi conto di non poter vedere i piedi attraverso venti centimetri d’acqua.
L’anno successivo, in un caldo e umido sette agosto, una scelta che non avevo ancora coscienza che fosse così importante: Milano, in tripla nella mansarda con quelle che pensavo fossero due amiche. E ancora un’altra gelateria, che fin qui è stata l’ultima della mia vita. Gli ultimi esami, mentre mi struggevo per chi mi prometteva amore e felicità da prima dell’arrivo e si dissolse prima che fosse settembre.
Seguì il 2000, sembrava importante a tutti, lo fu di certo per me. Giugno, Urbino, la discussione della tesi, l’incontro tra mamma e papà e quello che sarebbe poi stato mio marito ma che conoscevo da pochi mesi. E l’inizio di una convivenza acerba che avrebbe portato ai temporali dentro, quelli che ti fanno crescere e definirti una volta per tutte Donna.

Altre ne sono seguite, io non le ho amate mai abbastanza, ché l’estate per me è sempre stata difficile, mitigata solo dal poter ritrovare il mio amante vero, eterno e supremo: il mio mare. Voler fermare quell’istante, sospesa tra la terra e l’acqua mentre un tuffo ti fa pensare di poter volare e sorridi mentre i piedi, le ginocchia, il culo, la pancia, il seno, le spalle, la testa, velocemente scivolano sotto la distesa turchese: un atto d’amore dichiarato.

Continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai?

Si cantava nelle pinete d’estate, nelle parole immortali di De André, senza capire fino in fondo. Certe parole le capisci solo dopo anni e amori o quelli che credi tali. E ascoltarla, riascoltarla, sentirsi parte di certi passaggi senza che ci sia veramente stato un amore di cui chiedere. Si cambia? Sì, ti cambia tutto.
Ti cambia il lavoro e il suo modo di insegnarti l’adattamento e il compromesso, il sentirsi non valorizzati, talvolta ignorati nonostante tutto.
Ti cambia la gente che ti guarda e nei suoi occhi cerchi di indovinare giudizi e pensieri, te ne fai cruccio, cambi pelle per cambiare i loro sguardi.
Ti cambia la storia della tua famiglia, che un giorno hai iniziato a vedere in maniera diversa, con sentimenti da adulta, non da bambina ammaliata dalla perfezione di ciò che si conosce. Quell’incanto si rompe e impari che la perfezione non esiste, mai, che avevi confuso l’amore filiale con la perfezione.
Ti cambia l’indipendenza, quando non hai vicino qualcuno che ti cambi la lampadina fulminata in bagno, nessuno che ti spieghi le tasse, come si cuoce il polpo, la vita. Che poi la vita non te la può spiegare nessuno, perché al limite ti può spiegare la sua, non la tua.
Ti cambia il pianto che non trova motivo e piangi per non avere un motivo per piangere in un diuvio di lacrime da riempirci l’acquaio.
Ti cambia il sorriso di un bambino che non è il tuo, che ti fa capire che non volevi un figlio, se fosse arrivato lo avresti accolto, magari saresti stata una buona madre, ma non hai vissuto la smania della perpretazione della specie e del tuo sangue.
Ti cambia ogni singola uscita con uomini che non ricordi nemmeno più, che non avresti mai immaginato, ma di uomini ce ne sono stati tanti, chi si è fermato per una sera, una birra, ed è sparito per tua o propria volontà; chi è rimasto impigliato nel disordine dei capelli per aver detto una frase che ti ha segnata per sempre e si è fermata come un nodo indistricabile; chi è restato incastrato tra le costole, aggrappato dopo lo scossone che hai dato al cuore per liberarti di un dolore che si è solo appoggiato un po’ più in giù e ogni tanto morde famelico lo stomaco per reclamare la sua presenza.
Ti cambia la paura della tua identità, il fare a botte con la tua femminilità, quell’arma a doppio taglio che ti porta ad ammaliare chi non avresti mai creduto, in una notte che fuori piove forte e il vento fa ciondolare i lampioni appesi, circondati da auree di spilli fitti venuti giù dal cielo, mentre il tuo viso è illuminato di azzurro e riflette risposte adulanti, che dureranno il tempo di un respiro ansimante di piacere. Quella stessa femminilità che ti porta invece a pensare: non vedete? non vedete cosa c’è tra le labbra disegnate dal rossetto, i seni generosi, gli sguardi di malizia? C’è la voglia di sentirmi accettata, voluta, cercata anche oltre questo velo fatto di carne e ossa che mi permette di muovermi per il mondo.
Ti cambia la paura del futuro a cui non pensi mai, come se il futuro fosse un problema di un’altra me, perché quella di dieci anni fa chi la conosce più? E non so se mi abbia aiutata a superare i problemi di oggi, perché dovrei pensare di poter essere d’aiuto alla me cinquantenne?
Ti cambia capire, per voce altrui, che certe parole che feriscono arrivano dall’invidia, che non avresti mai pensato di poter essere invidiata fino a quando non ti dicono che hai qualcosa che manca ad altri, hai personalità. E lo sapevi, ma non te lo dicevi da sola per non sentirti immodesta e presuntuosa, le parole degli altri contano sempre più delle tue. Quella dipendenza dal giudizio altrui non è cambiata mai, lei no.
Ti cambia la consapevolezza che scegliere e farsi scegliere è un gioco di equilibri: forse non ho mai scelto, ma non mi sono nemmeno sentita scelta. Accadevano intrecci di vite. Quanti ce ne vogliono per arrivare a sentirsi mature, più sicure di sé, per coltivare la propria autostima e non vivere per rinfocolare quella altrui? Lo chiamavi amore e non ti spieghi perché (scusa Fabrizio).
Sono riusciti a cambiarmi,
ci sono riusciti lo sai.

Tornassi indietro

Mi ricordo che da bambina, mentre cercavo di prender sonno, immaginavo la mia vita da grande. E tenevo a mente ogni cosa e la sera dopo riprendevo da dove mi ero interrotta crollando nel sonno. Non ero ancora diventata una serie tv dipendente che già stavo tracciandomi la strada.
A prescindere da quello che sognavo in quel momento (ricordo ancora quasi tutto), non ho mai smesso di pensare che il mio futuro fosse nella moda. Mai, fino a quando non ho iniziato a lavorarci davvero. Come si fa in adolescenza ad avere la misura dei sogni? Come si fa a sapere da prima che quello che ci sembra bello potrebbe non esserlo?
Così stamattina pensavo a cosa direi alla me adolescente alle prese con la scelta del liceo prima, della facoltà poi.
Ho disegnato in maniera copiosa per tutta l’infanzia, in tutte le case dei miei parenti c’era un mio quaderno, entravo, salutavo diligente e andavo a prendere carta e matite colorate. Per tutto il tempo della visita, i miei chiacchieravano, prendevano il caffè in compagnia e io mi eclissavo testa china sui disegni. La maggior parte delle volte erano dame ottocentesche con abiti gonfi di crinoline, ricchi di bottoni e ruches, broccati pesanti, balze e pizzi. All’epoca credo che il mio cartone preferito fosse “La stella della senna”, in generale tutti quelli dove le donne erano imbalsamate in mongolfiere di tessuto. Ho incanalato questa passione nel tentativo di diventare costumista, ma dalle mie parti non c’era una scuola specifica e frequentare il professionale per stilisti di moda non era esattamente quello che volevo. Ho pensato al liceo artistico perché, continuando a disegnare, avrei potuto comunque avere una formazione più ampia in altre materie. O almeno era quello che pensavo. Non la tiro per le lunghe, tra una vicissitudine e un’altra ho dovuto cambiare i miei progetti e ho terminato i miei studi con una specializzazione come progettista di moda. Dal giorno della mia tesi non ho più preso una matita in mano; dopo anni di lavoro nel commerciale di aziende di abbigliamento con nomi anche abbastanza altisonanti, mi rendo conto che non rifarei le stesse scelte. Mi sento sepsso aliena in questo mondo, non mi importa nulla di spendere uno stipendio in scarpe e borse, di seguire le mode, di vantarmi di lavorare per marchi importanti. Ogni volta che con una nuova conoscenza dico quel che faccio vedo l’espressione degli altri allargarsi in un sorriso con un “ah però” esplicito o sottinteso. E spesso cerco di far capire che no, non è tutto così bello come pensano (e pensavo). Al contempo vivo in un contrasto, tendo ad ammirare la gente vestita di gran classe, impeccabili, sempre a posto come io credo non riuscirò mai a essere. Forse un giorno riuscirò a trovare un compromesso tra quello che sono, il mio rifiuto per spese folli (che tanto non posso permettermi) e la voglia di avere un’immagine sobria ma curata.
Tornando alla me adolescente direi di tenere il disegno come passione e dirottare i miei studi verso la giurisprudenza o verso le lingue, magari per fare l’insegnante o lavorare in qualche ambasciata o qualunque cosa permetta di usare lingue diverse dalla mia. Le direi di interessarsi di più e prima ai temi sociali, alla politica, alla storia, di scegliere prima di fare volontariato. Le farei capire che la religione sarebbe solo una parentesi indotta dall’ambiente familiare e che dà meno lucidità verso tanti temi della vita.
Ma col senno di poi non si costruisce nulla e sarebbe bene che tentassi di ricominciare a sognare, come facevo da piccola, per capire come posso cambiare le cose che mi stanno strette.

Caro papà

Caro papà,

lo avresti mai pensato di ricevere una lettera da me? Ma tu non lo sai di quanto io ami scrivere, almeno quanto tu odi leggere. Forse dovrei formulare i miei pensieri sotto forma di parole crociate, allora sì otterrei la tua attenzione. O magari farli pubblicare su una delle innumerevoli pagine del televideo che a volte girano a vuoto sotto i tuoi occhi, televideo che hai aperto infischiandotene del fatto che mamma o chiunque altro stesse seguendo qualcosa in tv. Audio spento, mi raccomando.
Le parole devono sempre esserti state un po’ sul culo, credo.
Te lo ricordi? Avrò avuto sette o otto anni, quando non ero esanime sotto un nuovo attacco d’asma, mi portavi in campagna con te. Mentre tu ti dedicavi ai lavori più pesanti mi chiedevi di annaffiare i filari di pomodori, melanzane, peperoni… Era una cosa semplice, dovevo solo aspettare che l’acqua arrivasse in fondo al canale per passare il tubo a quello successivo. Non era nulla, ma era il nostro tempo insieme. E non me lo ricordo se parlavamo durante il tragitto, forse ascoltavamo l’opera da qualche cassetta, o Celentano. Mi piange il cuore a non ricordarlo più.
Temo però di non ricordarlo perché non c’erano parole. Di quei silenzi abbiamo riempito le nostre vite. Sono cresciuta più vicina a mamma, contando le volte in cui ti chiedevo di portarmi a pesca con te e tu portavi il figlio maschio, non è un hobby per femmine. No, non lo dicevi ma sono certa lo pensassi. Nel mio cuore spero sempre che quel non detto sia solo frutto del retaggio di una cultura che vuole un padre duro, schivo e di poche parole.
I tuoi occhi quando facevo qualcosa che non dovevo, quelli li ricordo bene: sbarrati, fissi, pieni di parole loro, anche nel silenzio.
Te lo ricordi? Avrò avuto sedici o diciasette anni, la vita del paesello mi aveva portata sempre più vicina a un gruppo di Azione Cattolica. Pensa, oggi sarei d’accordo col tuo disaccordo, ma era l’unico modo che avevo per non stare sempre chiusa in casa a disegnare o a scrivere. Lì le parole ci sono state e mi hanno travolta, addolorata e indispettita. E chissà che pensi oggi che sono una senzadio, che in chiesa non ci vado nemmeno a Natale o a Pasqua.
Non so nulla di quel che pensi di me. Di quel che pensi in generale. Sì, li vedo gli occhi lucidi ogni volta che ritorno a Milano, lo capisco che a volte vorresti indugiare in quegli abbracci di commiato, o non esserci affatto, per pensare che non sia andata via. Ma vorrei delle parole, dei racconti, vorrei sentire affetto e vicinanza più di quanta tu non me ne trasmetta ora.
E chissà perché hai chiesto a mamma (non a me) che ti mandassi una mia foto via messaggio.
Chissà se impareremo a parlare adesso che siamo ancora in tempo. Chissà se riuscirò, io per prima, a trovare una strada che smuova questo silenzio di parole e di gesti, qualcosa che vada al di là del meteo e del tempo, qualcosa che ci rimanga addosso anche a mille chilometri di distanza. Qualcosa che non mi porti a cercare negli uomini la tua ombra o la tua nemesi.

Molte cose su di me

Mi hanno invitata a partecipare a una di quelle catene che andavano tanto di moda anche quando avevo l’altro blog, circa dieci anni fa (grazie yosaturnia). Mi piace fare di testa mia, per cui: salterò le undici cose su di me, che tanto ne abuso nella normale scrittura; risponderò come fosse un post piuttosto che un’interrogazione (e già in parte dico ben più di undici cose di me); non passerò il testimone a nessuno per spirito ribelle.

Le domande erano queste qui:

  1. Qual è il miglior libro di sempre?
  2. Qual è il miglior film di sempre?
  3. Dove vorresti vivere e perché?
  4. Che rapporto hai con il cibo?
  5. Il momento della giornata che preferisci e perché?
  6. Quale super-potere vorresti avere?
  7. Quanto è importante l’amicizia nella tua vita?
  8. Tre cose da portare su un’isola deserta o semplicemente in una vacanza dove non c’è il wifi…
  9. Qual è il tuo sport preferito?
  10. Per cosa vale la pena morire?
  11. La tua vacanza ideale?

E questo è ciò che ne è venuto fuori, scrivendo quasi a ruota libera, come spesso faccio nei miei discorsi:

Ho sempre avuto grosse difficoltà a decidere un libro su tutti, così come un film che mi piaccia più degli altri, ho sempre preferito cercare il lato belle di alcune cose. Forse è più facile dire delle cose che non mi piacciono affatto, anche se sono molte. Per esempio, appena penso a un libro che ho odiato penso subito a “Donna per caso”, perché è stata come una delusione da parte di un amico, come dire: Coe, da te non me lo aspettavo. Eppure ci sono delle frasi di quel libro che porto con me sempre (vedi, non ce la faccio proprio nemmeno a odiare):

“Noi diciamo sempre “Andiamo a bere qualcosa?”, come se l’atto del bere fosse il fine principale dell’appuntamento e la compagnia dell’altro un fattore meramente accidentale, tanto siamo timorosi di ammettere il nostro bisogno del prossimo.”

La stessa indecisione di sentimento mi prende riguardo un posto dove avrei vissuto volentieri, sembrerà banale, ma la cosa che mi viene più spontanea da dire è che mi sarebbe piaciuto vedere come sarebbe stata la me che cresce in Salento, che non se ne va, resta lì e lì lavora e ama e piange e ride e spera. O anche quella che dopo un matrimonio fallito torna alla terra natìa, o va altrove, magari all’estero. Ecco, questo sì che è un rimpianto: avrei voluto vivere in un paese straniero quando la sopravvivenza era relativa e le pretese meno alte, i legami con l’Italia meno impegnativi. Starmene sei mesi, un anno, un chissàquantotempo in una terra con una lingua che non è la mia, sentirmi ancora più lontana dalle radici e dalla mia zona di comfort. Misurarmi con una me che non conosco.

Non conosco nemmeno una me alle prese con le restrizioni alimentari di un paese che non è l’Italia. Sia chiaro, sono una buonissima forchetta, non sono una che mette la cucina italiana sopra tutto il resto, ma amo cucinare. Senza un motivo, in un qualsiasi giorno della settimana, celebro un rito, faccio una cenetta intima con me stessa. Magari una pasta col pesce, accompagnata da un vino da sorseggiare dal calice (no, non esiste il bicchiere della nutella per il vino, nemmeno se son sola). E queste cose come avrei potuto farle in un paese diverso dall’Italia? Ah sì, basterebbe avere molti soldi, avete ragione. E in quel caso appagherei almeno parte del mio sogno di assaggiare almeno una volta tutti i vini esistenti sulla faccia della terra.

Mangiare per me è un rito, quasi sempre, sarà perché ho perso tempo da piccola non mangiando, alimentata un paio di volte dalla flebo, sì sarà per quello. Tanto che per me la giornata non inizia se non faccio colazione. Sarei irascibile, una iena. Il risveglio io lo assaporo piano, lo vivo con lentezza e il silenzio è altamente gradito da eventuali ospiti. Sottofondo di notizie o musica, seduta sul divano, tazza sul tavolo alla mia sinistra, mi rilasso prima di prendere lo sprint, è come una sorta di adattamento al mondo graduale, il risveglio è il mio momento, che siano le 6 o le 11.

Durante i weekend, più che nelle giornate lavorative, questa mia pigrizia mattutina diventa letale. Colazione, divano, sigaretta, bagno e ritorno al divano, leggo, guardo social, gioco, fumo, divano. E la casa da pulire, che gli altri giorni è già tanto se lavo i piatti. E sogno il super potere di mettere a posto le cose col pensiero. Guardo la lavatrice e quella si carica e parte. Mi soffermo sull’aspirapolvere e quella fa il giro dei 40 mq non ignorandone nemmeno un centimetro. Fisso la roba sparsa per casa e quella ci pensa da sola a tornare al suo posto e mi salva per sempre dal mio disordine perisecolideisecoliamen.

Così magari sarei più ospitale con i miei amici e li inviterei a cena con tranquillità. Gli amici che sono la mia famiglia ed è una cosa bellissima poter cucinare per le persone a cui si vuole bene e adesso, al di là dello spazio ristretto, non riesco mai veramente a sentirmi totalmente serena e poterli avere intorno, ridanciani e chiassosi, nella mia casa, nel mio nido.

Sono loro che mi porterei su di un’isola deserta, i miei amici, della musica e dei libri. Che altro serve? Nemmeno uno dei venti costumi che compro compulsivamente trovandomi con più costumi che giorni di ferie.
Il massimo dello sport che faccio è sbatacchiare le braccia e le gambe, mantenendomi a galla, poi potrei oziare, beata, oddio ci vorrebbe anche qualche buon cocktail su questa isola deserta, ora che ci penso (cosa? no, non ho un problema con l’alcol). Ecco, alla fine è pure il ritratto di una vacanza perfetta. Amici, musica, mare, ridere fino alle lacrime. E sto.

E credo sia il sunto della vita, vivere per e con le persona con cui stai bene, creare tanti bei momenti che poi saranno ricordi, per farti sentire che la vita non è mai insignificante, che anche solo per una serata in cui hai sorriso e hai lasciato da parte i problemi, anche solo per quella ha senso la vita.

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