Sto cercando di smettere

Esco anche solo per non respirare la stessa aria di alcune persone. Esco a cercare solitudine in una giornata che si è aperta con mille riflessioni. Un passo dietro l’altro, sulla mia strada il solito suonatore di chitarra che da sempre suona le stesse tre canzoni, ma mi pare che si intoni benissimo a questo tempo grigio e al mio umore. Mi siedo di fronte a un graffito di Millo, copro i suoni del mondo con gli auricolari mentre fumo l’ennesima sconfitta al mio “Sto cercando di smettere”. E nel mentre penso che voglio smettere di non pensare a me. Le esperienze fallimentari ti fanno adeguare a un paragone al ribasso, ma non è questo che valgo. Come spesso accade tanta rabbia sale fino agli occhi e la freno appena, mentre sembra che il cielo voglia fare lui per me. Me ne frego, resto su questa panchina a chiedermi se stavolta avrò il coraggio di dire basta a chi non sceglie, a chi rimane comodo nel suo limbo di “Se ti sta bene è così”. E se fossi io a dirlo, per una volta? E se imparassi che le belle persone non sono quelle che sanno raccontarti il mondo, ma quelle che il mondo lo vogliono ascoltare da te? Voglio smettere di pensare a quanto sia difficile lasciare andare e concentrarmi su quanto sia meglio prendere me stessa.

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Smettila, Firenze

Non so se a voi è capitato di avere una città che ricorre nella vostra vita. Una città che non è quella in cui siete nati, né quella che avete scelto per viverci. Firenze è un tormento. Tutto è iniziato quando avevo circa sei anni. Succedeva in un secondo, il buio davanti agli occhi, le stelle (sì, quel modo di dire “vedere le stelle”, non è un modo di dire), il mio esile corpo andava in black out e il mio respiro si tramutava in una sinfonia di fischi (che col tempo ho affettuosamente soprannominato i gattini), arrancavo e boccheggiavo. Sembrava una rincorsa dei miei bronchi all’aria e quell’aria era difficile riuscire a prenderla, se ci penso ancora oggi mi sento annaspare. Lecce e gli ospedali, la rincorsa alle analisi e indagini mediche che mi hanno portata a conoscere la mia amica fidata d’infanzia, a farmi compagnia più di un amico immaginario, nei miei primi dieci anni di vita, c’è stata lei, l’asma allergica. E per lei stavo per conoscere ben poco altro di questo mondo. Così è arrivata la prima volta Firenze. Il mio amorevole medico curante, del quale credo di essere stata anche fanciullescamente innamorata in una prematura sindrome alla Spielrein-Jung, indicò la strada verso la città toscana e il Meyer. Seguirono annuali viaggi e cure e vaccini (che se lo volete sapere a me hanno salvato la vita e prenderei a botte chi pensa che siano nocivi), Firenze, il ponte sulla ferrovia, le infermiere premurose, i bambini da tutto il mondo. In particolare ricordo Giuseppe di Matera, con cui abbiamo anche avuto un’amicizia epistolare per lungo tempo.
Poi gli anni passano, e ti ritrovi venti e più anni avanti, sposata, in quella che è diventata la tua seconda città, Milano.
Il mio allora marito, dopo spiacevoli vicissitudini lavorative, ha l’opportunità della vita, un’occasione irrinunciabile, la svolta. A Firenze. Ho provato a viverci, un maggio in cui l’Arno faceva salire dalle sue acque l’umido soffocante. Mancava il fiato un’altra volta e questa volta non si trattava dell’asma, sconfitta molti anni prima grazie proprio a quella città. No, non ci sono voluta rimanere in quella casa che guardava il fiume, nella Firenze che incanta il mondo, ma non incantava me.
Arriviamo a oggi, a questa lunga trattativa estenuante: ed eccola lì, di nuovo tu, ma non dovevamo vederci più? Credo che Firenze sia innamorata di me e torni periodicamente nella mia vita come nemmeno uno stalker, un’amante respinta che gioca tutte le sue carte, un venditore porta a porta che mette il piede a tenere aperto l’uscio e fa sfilare sotto il tuo naso ammalianti depliant. Ma io, cara la mia Firenze, ti ho già dato dei due di picche, ti ho detto che non compro un cazzo, che non ti voglio fare entrare. Ho capito, è un debito karmico, mi hai salvato la vita, ma non possiamo accordarci rateizzando la mia presenza in romantici weekend che offrirò al mio futuro fidanzato con i soldi (tanti) che guadagnerò col mio prossimo lavoro?

Mi vuoi spos(t)are?

Parlavo, con le labbra attaccate al tuo viso, parlavo.
Hai annodato una ciocca dei miei capelli alle tue dita fino a farne un anello d’ebano. “Ti voglio spostare” Hai detto. Spostare, con la t. Volevi spostarmi dal caos della mia vita per mettermi più vicina alla tua. Ho riso mentre le tue pupille erano mari di serietà, quella di chi offre il meglio di sé e non vuole che ci siano dubbi. Ho ritirato le labbra, dal sorriso a una riga dritta, non triste, sincera, diretta: ti ho detto di sì. Ma ho srotolato i miei patti sulle tue guance, un elenco puntato di dita sulla pelle. Dammi sincerità. Dammi presenza. Dammi passione. Dammi calore. Dammi di essere me stessa senza maledirmi e voler scappare da me e da te, cercando gli amori immaturi e i fuochi fatui. Spostami da quello che sono stata finora, dai desideri malsani, da quel non sentirmi mai appagata. Sì, spostami.

Quello che sono

Sono fatta di tabacco, un respiro profondo per il pacco appena aperto: mi porta a quando bambina andavo, mano nella mano con mia sorella, verso la scuola. A piedi, bambine, da sole. Perché allora andava bene così. Le signore erano sedute sulla soglia dei garage e infilavano con precisione e velocità una foglia dopo l’altra su fili di ferro, da stendere al sole a seccare e il profumo pungeva le narici. Sulla strada parellala c’erano le campagne, nel mezzo larghi filari coperti di tele bianche, lì si riposavano le foglie nel tepore.
Sono fatta di tepore, quello che cerco nelle persone, in maniera maniacale, con la convinzione che tutti ne abbiano un po’, con la caparbietà nel voler essere io a tirare fuori un tremito anche ai cuori più chiusi, impenetrabili. Come tutte le volte che ho provato con mio padre, fino a rinunciarci.
Sono fatta di rinunce, non sono all’altezza, non sono bella, non sono magra, quindi rinuncio. Rinuncio a pensare di meritare delle cose, rinuncio a voler eccellere e quando succede me ne vergogno.
Sono fatta di vergogna, per quel che sento di essere e non voglio mostrare, per quel che vedo di me e non trovo abbastanza, vergogna anche per le parole che scrivo, anche se le esibisco.
Sono fatta di esibizione, perché pur non trovandomi bella, ho trovato nel fotografarmi il modo per accettarmi, per pensare al mio corpo imperfetto come bello perché unico: la bruciatura sul braccio sinistro; l’impronta della sbucciatura presa nella caduta in bicicletta; la cicatrice dei tre punti sull’anulare destro; le striature causate da un bacio di scogliera alla mia coscia sinistra. Sono io. Nessun altro li ha. Ho bisogno di esibirmi perché negli occhi degli altri possa amare i miei.
Sono fatta d’amore e quanto suona patetico scriverlo, rido di me stessa che nemmeno lo conosco l’amore, nemmeno so se ho mai davvero amato, ma so che so darne. So curare, carezzare, accudire le persone a cui voglio bene, a volte troppo, a volte senza ragione. Mi dedico, perché ho fatto dell’essere utile una necessità.
Sono fatta di necessità. Quella di stare da sola e quella di volere qualcuno accanto. Quella di voler capire e quella di essere abbastanza stupida da non intendere affatto. Quella di sentirmi indipendente e di dipendere da qualcuno.
Sono fatta di dipendenze. La scrittura, la rappresentazione, le parole, la solitudine e la compagnia, il cibo – buono -, il vino, gli amici, il piumone, le serie, il telefono, le cose belle, il tabacco. L’amore.

Sorprese

La lavatrice mi guarda con il bucato da stendere, fuori il cielo finalmente terso. Il sole che mi dice, dai manda quel messaggio e concedi tempo di conoscenza a qualcuno che è appena entrato nella tua vita. Sono un cumulo di incertezze. Da due giorni so che la scelta è tra correre il rischio di andare via da qui, in questa azienda che di sano ha proprio poco, o ricominciare da qui, rischiando di stare ferma per un po’. Da due giorni penso a un bacio rubato che mi ha colta di sorpresa e portata fino a casa, guidando con mille interrogativi in testa, mentre ogni tanto mi sfioravo le labbra. E le cose nuove ci colgono di sorpresa che siano belle o brutte.
Mi faccio abbracciare dal divano come in attesa degli eventi, come se qualcuno mi potesse dire cosa fare. Invece dovrei decidere io se è il caso di lasciare da parte il solito narcisista che mi prende la testa e andare incontro a qualcuno che potrebbe darmi molto di più di serate tra tappeti, vinili e oggetti dal mondo, potrebbe darmi affetto vero. Dovrei riscrivere il mio curriculum, farcirlo di parole inglesi che danno l’impressione di saper fare cose inenarrabili solo perché è questo che attrae i cacciatori di teste. Abbiamo una lingua bellissima, ma pare non sia abbastanza affascinante per il patinato mondo della moda che vive di brand, di manager, di analyst, di follow-up. Sto qui mentre mi chiedo come pagherò i prossimi affitti, chi mi abbraccerà per confortarmi, se potrò permettermi di riparare il forno, se presto qualcuno dormirà a cucchiaio con me. Non so nulla, vorrei potermi fermare un po’, e invece tutto corre e corre veloce da agosto e io mi sto affannando e sono stanca. Stanca di lottare, stanca di rincorrere, stanca anche di pensare.

I rapporti liquidi dei tempi moderni

Ho scritto il post precedente sull’onda di un desiderio, qualcuno ha pensato fosse nostalgia per una persona che ho incontrato, che esiste, la realtà è che questi rapporti sono un sogno ora come ora. Con molte mie amiche ci si confronta sugli incontri, sulle storie che viviamo. Donne tra i 35 e i 40 o poco più anni con le quali condivido la perplessità per questo atteggiamento che impera nell’universo maschile. Attenzione, non è un “j’accuse” da femminista, ma per ora non ho avuto lo stesso riscontro dagli amici uomini single.
I mezzi possono essere i più svariati, incontri casuali tra le cerchie di amici, le app, i social, ormai raramente conoscenze in locali, un po’ perché non si usa (magari anche per l’età), un po’ perché avvicinare gli sconosciuti è diventato un taboo, soprattutto in città come Milano. Il risultato è sempre più o meno lo stesso. Ci si annusa, ci si piace, seguono estenuanti sessioni di messaggi (ché le telefonate non sono contemplate, altro argomento su cui mi interrogo spesso) che possono essere più o meno ammiccanti. Si arriva all’appuntamento, agli appuntamenti, si finalizza e sempre più spesso non si tratta di incontri che finiscono con quella serata che placa la voglia di scoperta sessuale. Lo schema che si instaura è quello del continuiamo a vederci saltuariamente, non ci sentiamo tutti i giorni percarità (contrariamente ai primi tempi in cui vi siete consumati i polpastrelli su uno schermo in botta e risposta ripetuti e continui, persino il buongiorno e buonanotte in alcuni casi) ma poi ci si trova di tanto in tanto, si beve insieme un bicchiere di vino o si cena, si chiacchiera anche piacevolmente e si finisce a letto. In sostanza non c’è nulla che non vada, si sta bene insieme, a singhiozzo, senza quotidianità, senza impegni prefissati. Quelli moderni sono rapporti fondati sulla trombamicizia. Nulla da dire, ci sono stati momenti in cui quello che mi andava di vivere era esattamente quel tipo di rapporto, ma ormai è una consuetudine diffusa, anzi metodica.
A un certo punto però hai voglia di qualcuno da cui tornare la sera, con cui parlare di tutto, dalle cazzate ai malumori, da cui farti scaldare i piedi e a cui preparare la colazione, qualcuno con cui non ti devi preoccupare se non hai una depilazione perfetta o hai mangiato l’aglio (tanto l’ha mangiato pure lui). Come dice la mia amica Silvia: “A un certo punto ti rompi il cazzo di provare tanti ristoranti e ti piace cucinare bene e mangiare a casa tua”.
Ma l’uomo moderno pare non avvertire questa voglia di normalità, instaura questi rapporti e spesso li porta avanti anche per mesi. Apprezza la comodità del sesso assicurato senza i week end fuori, senza dover condividere un letto anche quando non si è svegli, il non dover dar conto a nessun cosahaifatto, doveseistato. Ma non viene voglia di condivisione prima o poi? Non manca il calore, il vissuto, persino i litigi costruttivi? La identifico come paura di misurarsi con una relazione, ma sono aperta a qualsiasi spiegazione. Gli uomini disposti alla progettualità sono rari. Non sono una che crede tanto nel per sempre, con un matrimonio alle spalle mi sento abbastanza disillusa, è all’intenzione che mi riferisco. Uno ci prova, poi le cose possono non andare bene, ma almeno ci prova a far sì che una cosa funzioni.

“Mi sono rotto il cazzo
Degli esperimenti del frequentiamoci ma senza impegno
Stiamo insieme ma non vediamoci che poi ho paura
Anzi vediamoci quanto ci pare
Ma vediamoci in compagnia
Mi sono rotto il cazzo dei codardi con l’amore degli altri
Mi sono rotto il cazzo perché poi non si dorme più
Si sta svegli finchè non muore la speranza
Maledetta stronza che non muore mai mentre io vorrei dormire”

https://www.youtube.com/watch?v=aJlaKcmW-nk

Continuare a esserci

Se tu ora fossi qui, per esempio, ti direi: “Ci troviamo domattina in quel bar che fa dei cornetti che io ci vado matta?” Diresti sì, solo per vedere come riesco a cospargermi di zucchero a velo e riderne. Se fossi qui mi saluteresti prima di una giornata di lavoro con un bacio sulla fronte, un bacio con sorriso allegato però. Se ci fossi mi porteresti sabato in un posto qualsiasi e mentre guidi io ti parlerei fitto e tu mi sopporteresti e accetteresti di sentire la musica che io voglio sentire. Mi porteresti in quel posto tra gli animali e la campagna, anche se c’è brutto tempo, ci metteremmo le galosce e io, dimenticando i problemi, correrei verso la pozzanghera più grande per saltarci dentro, con il sorriso più largo che il mio viso possa ospitare.
Se tu ora fossi qui, torneremmo mesti verso la città e arrivati sotto casa mia ti tratterrei con scuse stupide solo per riflettermi ancora un poco nei tuoi occhi, che da lì mi vedo bella. Se fossi qui faresti come se non ti importasse nulla, solo per un po’, solo per non scadere nel melenso, che a queste cose ci penserei già io. Se ci fossi ti porterei nei posti che amo di più, pretenderei di vedere quelli che ami tu, anche per scoprire che siamo diversi e, nonostante questo, continuare a esserci.
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